Il bilaterale informale con Donald Trump, quello con il leader canadese Carney. Per Giorgia Meloni il G7 somiglia a un giro estenuante su un ottovolante. Su una panchina di legno tra gli aceri del Pomeroy Kananaskis Mountain Lodge, sede del vertice, Giorgia Meloni tenta l’ultimo scatto per condurre a più miti consigli “The Donald” e rinsaldare il fronte occidentale. Il tycoon è rientrato a Washington in anticipo, facendo scattare di fatto il gameover per un summit che somiglia più a un formato G6+1 che a un G7. Le distanze con gli USA restano siderali, nonostante tutti - dal “padrone di casa” Carney ai leader europei - le tentino tutte per salvare il salvabile, ed evitare che gli States si smarchino, lasciando l’Occidente col cerino in mano. Alla fine, quando in Italia è notte, Meloni incontrando i giornalisti vede il bicchiere mezzo pieno: «C’è accordo sul fatto che l’Iran non possa essere una potenza nucleare e che Israele debba difendersi. Tutti siamo per la de-escalation ma se c’è una minaccia bisogna lavorare su quello. E l’Iran è una minaccia non solo per Israele». Quanto alla posizione che l’Italia terrà se gli Usa dovessero entrare in guerra, «Quando accadrà prenderemo le nostre decisioni. Finora Teheran non ha mostrato disponibilità nei negoziati, bisogna fare il pane con la farina che si ha...». Ventiquattrore prima, sulla panchina del resort che ospita il vertice, Meloni chiede a Trump cosa stia accadendo, perché abbia deciso di anticipare la partenza gelando tutti. La discussione si sofferma subito sull’Iran, tra i due un confronto franco, come dimostrano le foto diffuse. Meloni china su Trump che argomenta gesticolando. The Donald che l’ascolta con attenzione, lo sguardo dritto, rivolto verso il basso, le mani giunte e sul volto la stessa espressione torva che lo ha accompagnato per l’intero G7. Meloni insiste sulla necessità di lanciare un segnale unitario: non firmare un documento sulla crisi iraniana sarebbe un errore. Per tutti. E chiede di fermare le armi a Gaza, dove la volontà di Israele di eliminare Hamas si è tradotta in un massacro della popolazione civile che ha inorridito il pianeta. Per la leader italiana è giusto, ma anche funzionale. Perché, ragiona con Trump, fermare la guerra a Gaza vorrebbe dire “raffreddare” un’area incandescente. Un risultato che alla fine porta a casa: «Ho trovato convergenze da parte di tutti su un cessate il fuoco a Gaza. Credo sia il momento giusto» per far tacere le armi. E «coinvolgere i Paesi arabi» per ripartire. Con Trump, Meloni affronta anche il nodo Ucraina. Il presidente statunitense resta sulle sue posizioni, che ribadirà anche durante la cena con gli altri big: di nuove sanzioni su Mosca non se ne parla, si muovano gli altri. E un segnale arriva solo dal Canada, che annuncia aiuti militari per un miliardo di dollari e nuove sanzioni verso Mosca. Per la premier «due le cose da fare: continuare a sostenere l’Ucraina, esercitare pressioni sulla Russia soprattutto con le sanzioni». Ma a Kananaskis si respira un’aria mesta, il conflitto in Iran fa calare un cono d’ombra sulla guerra in Ucraina, il tentativo di Trump di riabilitare Putin fa largo ai peggiori presagi. «Non è un’opzione sul campo», taglia corto Meloni. «Affidare a una nazione in guerra la mediazione su un'altra guerra non mi sembrerebbe proprio l'opzione migliore. Se poi visti i rapporti che Putin ha con gli ayatollah vuole convincerli a dismettere il programma nucleare, a meno che non lo sostenga - punge - noi siamo ovviamente disponibili». Anche su un altro dossier la strada è tutta in salita, con l’incontro tra Trump e von der Leyen a Kananaskis non ha prodotto nessun frutto. Anche di questo Meloni parlerà con il tycoon, cercando di bucare un muro che ormai appare impenetrabile. «Dobbiamo trovare un accordo, Donald. È davvero necessario», le parole della premier, che raccoglie tuttavia l’avversione di Trump, uscito ancor più indispettito dall’incontro con la numero uno di Palazzo Berlaymont.