Cosa rimane di una comunità, piccola o grande che sia, nella quale, per un motivo o per un altro, non esistano più luoghi di aggregazione, o ne esistano sempre meno? Prendiamo Milano, come esempio o paradigma: a quante scomparse di locali, circoli, centri sociali, cinema, teatri, librerie abbiamo assistito e stiamo assistendo negli ultimi anni? Tante, tantissime. Luoghi spesso privati, d’accordo, o comunque non pubblici. Ma tutti, in ogni caso, a vario titolo condivisivi e socializzanti. Luoghi nei quali dunque il privato confina con il pubblico, in una certa misura, e che perciò il pubblico dovrebbe sentirsi chiamato, per quanto possibile, a sostenere e proteggere.

Quel che rimane, oggi, è una quantità sempre più pervasiva di luoghi votati al consumo, piuttosto: e cioè alla presenza individuale e solitaria, se non solipsistica, più che alla relazione, allo scambio, alla commistione. Oppure, al massimo: votati alla condivisione di tempo e spazio solo fra persone che si conoscono già, uguali e concordanti.Il rischio, più in generale, è quello di una progressiva scomparsa di luoghi nei quali si sperimenti e si pratichi la trasversalità, la differenza; nei quali l’esistente possa essere letto ed elaborato attraverso visioni anche divergenti, anche contraddittorie, anche conflittuali. Nei quali la parola possa assumere il valore dialogante e trasformativo che dovrebbe esserle proprio; e l’io possa allargarsi, per cercare di diventare un «noi» più aperto e più inclusivo. Nei quali, in sostanza, possa inverarsi concretamente la natura partecipativa della democrazia.