Milano, 22 agosto 2025 – A resistere sono rimasti in pochi. Gli spazi di “cultura antagonista“ sotto il cielo di Milano sono sempre più rari. Negli anni Settanta, di centri sociali attivi in città se ne contavano più di una trentina. Negli anni Novanta, scendono a circa ventiquattro. Oggi, una decina. La maggior parte (non tutti), sorgono in aree comunali occupate.

Tra le “battaglie“ di ieri, il divorzio, l’aborto, i diritti degli operai, la chiusura dei manicomi. Oggi, la lotta per la casa, gli affitti troppo cari che costringono le famiglie a emigrare nelle periferie, ma anche lo ius soli, l’abolizione del patriarcato, il clima, i diritti civili. Si trova tutto questo, in dosi diverse, nei centri sociali milanesi.

Tra questi, il Cox 18, in via Conchetta sul Naviglio Pavese, il Cantiere in via Monte Rosa, la Cascina Torchiera in zona Musocco. Una mappa che, con lo sgombero del Leoncavallo, perde un pezzo. “Milano oggi si sveglia un po’ meno democratica”, dice Marianna D’Ovidio, professoressa di sociologia dell’ambiente e del territorio dell’Università di Milano Bicocca.

Ma che significato assumono oggi spazi autogestiti come quelli di Leoncavallo a Milano?

“Il ruolo di questi posti nella città è cambiato, ma resta di principale importanza. Non è più un tema solo politico, ma di cultura: sono ancora capaci di costruire delle alternative, degli immaginari differenti, che in uno scenario di omologazione urbana è prezioso”.