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Non è semplice definire che cosa siano o che cosa siano stati i CSOA, i centri sociali occupati autogestiti: «Per molti anni sono stati lo spazio del possibile, la spina dorsale dei movimenti, incubatori e detonatori delle lotte, spazi di elaborazione politica, di resistenza, di cultura e creatività» dice Fabrizio C., autore con questo nome del recente Il cerchio e la saetta, un libro che ne ripercorre la storia tra 1985 e il 1995, quando si espansero in tutt’Italia anche fuori dalle grandi città.

Nel libro, che raccoglie le voci di tante e tanti militanti soprattutto romani, qualcuno parla dei centri sociali come di «luoghi di vita liberata», qualcun altro spiega che hanno per decenni garantito la possibilità di fare attività politica «fuori dai partiti e dai sindacati» e di «vivere i quartieri in un momento storico in cui i quartieri erano desertificati». Altri citano una frase del quotidiano francese Le Monde che alla fine degli anni Novanta li definiva come il «fiore all’occhiello della cultura italiana» e altri ancora dicono, infine, che lì i «soggetti considerati inorganizzabili» si sono organizzati.

Per molti e molte che i centri sociali li hanno attraversati, a rappresentarli bene è un simbolo, utilizzato per varie esperienze nel Nord Europa e che in Italia è diventato quello dei centri sociali a partire dagli anni Novanta: un cerchio spezzato da una saetta, che dà il nome al libro di Fabrizio C., che non si firma con il proprio cognome perché «per anni e anni, il cognome è sempre stato quello della struttura o del collettivo di appartenenza». Il cerchio rappresenta «la città soffocante, chiusa nelle sue dinamiche alienanti, mentre la saetta simboleggia la spinta all’azione, la voglia di rompere gli schemi e rifiutare il conformismo», spiega.