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La prima volta che ho messo piede in un centro sociale avevo 14 anni, era il 1993. Il CSOA Tiburzi – dal brigante che infestava la Maremma dell’800 – era un capannone nella zona industriale di Grosseto, occupato da collettivi e cani sciolti: pezzi di Rifondazione comunista e dell’Arci; collettivi antagonisti; il Coordinamento studentesco antifascista, di cui facevo parte; orfani di Democrazia proletaria, disciolta da un paio di anni; punk; anarchici; tossici; frikkettoni; cinefili; più e meno giovani dalle piazze di mezza città; studenti fuori sede che avevano ripreso a tornare da Roma, Bologna, Firenze.

Grosseto era venuta su quasi per caso negli anni ’50, nello sprofondo della provincia, separata dal resto del mondo da campi, paludi e poi ancora campi. Prima del Tiburzi i giorni galleggiavano tra la noia, lo struscio per il corso e la campagna. E improvvisamente c’era un posto pieno di gente che correva avanti e indietro perché c’erano un sacco di cose da fare. Tutto ruotava attorno a quattro o cinque concerti a settimana. Con qualche raggiro riuscii a vederne qualcuno perché i miei non mi lasciavano uscire la sera tardi. Ero però lì tutte le domeniche mattina, a fare le pulizie. Ed ero lì quando c’erano le assemblee, quando venivano dipinti i muri giganteschi, quando venivano preparati i volantini, quando venivano presentati libri e riviste. Quando la tua aspettativa è passare il pomeriggio su una panchina fino a che non viene ora di cena, l’apertura di un centro sociale è una vera rivoluzione della vita quotidiana.