Per alcuni, con lo sgombero del centro sociale di via Watteau a Milano, lo scorso 22 agosto è caduto l’ultimo fortino dell’utopia giovanile che aveva animato per 31 anni questo lembo della periferia meneghina. Era per lo meno dal 2005 che si tentava (133 volte!) di sfrattare il Leonka (come, per l’abitudine milanese di abbreviare ogni nome, era conosciuto tra i giovani ), spartiacque effimero tra i sostenitori delle legalità a ogni costo e i difensori di quello che era diventato il simbolo stesso della resistenza autogestita e della alternativa alla gentrificazione del real estate di cui si sono largamente occupate le cronache giudiziarie di queste settimane. Il Leonka infatti si era guadagnato da tempo sostenitori anche al di fuori dell’ovvia cerchia della sinistra radicale e intellettuale degli artisti e intellettuali controcorrente. Un nome tra tutti, Vittorio Sgarbi che, nel 2006, da assessore alla Cultura del Comune di Milano, sorprese tutti definendo i graffiti del centro sociale «la Cappella Sistina della contemporaneità».
Ne propose addirittura la tutela che, cosa ancora più sorprendente, fu attuata nel 2023 dalla Soprintendenza, che ne riconobbe il valore storico e artistico, decretando che i graffiti che coprono le pareti del seminterrato, (fantasiosamente definito Dauntaun) non possono essere coperti, distrutti o rimossi dai muri senza la sua autorizzazione. «Una capsula del tempo» l’ha definita Marco Teatro, tra gli artisti più famosi della scena indipendente: 400 mq al di sotto dell’ex cartiera, decorati con stencil, poster e graffiti di grande suggestione.















