Incalza da giorni il dibattito pubblico attorno alla chiusura del Leoncavallo, lo storico centro sociale milanese nato nel 1975 nell’omonima via e sgomberato il 23 agosti scorso. Lo sgombero, annunciato e rinviato più volte dal 2003, è tornato al centro dell’agenda politica dopo che lo scorso novembre il Ministero dell’Interno ha riconosciuto un risarcimento di 3 milioni di euro alla famiglia Cabassi, proprietaria dell’immobile, chiudendo così un contenzioso che in origine aveva stimato perdite superiori ai 10 milioni. La vicenda, tuttavia, non può essere ridotta a un semplice tema di ordine pubblico poiché significherebbe trascurare la portata storica di un luogo che è stato per decenni uno dei principali centri di produzioni culturali indipendenti italiani nonché simbolo di partecipazione civica ed inclusione. La sua parabola diventa, invece, la cartina tornasole non solo di una Milano che nel perseguire un determinato modello di crescita sacrifica progressivamente questi spazi di aggregazione alternativi, ma anche di un Paese che fa ancora fatica a riconoscere e valorizzare le produzioni culturali più underground.

Dalla controcultura all’istituzionalità

In quasi cinquant’anni di attività il Leoncavallo ha rappresentato non solo un presidio di comunità, ma anche un centro culturale con un impatto non marginale sul quartiere, storicamente popolare. I suoi spazi si sono trasformati in una tela urbana che nel tempo ha accolto le opere di street artist di rilievo internazionale, da Blu a Ozmo, da Atomo a Pao, fino a Mr. Wany, Zed1, Tv Boy, Bros, Tawa, Zibe, Dario Arcidiacono, Frode, Anna Muzi e Giacomo Spazio. Un patrimonio che nel 2006 spinse Vittorio Sgarbi, allora assessore alla Cultura del Comune di Milano, a definirlo “la Cappella Sistina contemporanea”, auspicando la sua trasformazione in museo.