Compagni, a raccolta! Dopo lo sgombero del Leoncavallo è partito il processo di santificazione del centro sociale, elevato a punto di riferimento del mondo culturale milanese. Una sorta di mix tra la Pinacoteca di Brera e la Scala di Milano. Peccato che oggi, del famoso Leonka delle origini, sia rimasto ben poco: «È una realtà che viene mantenuta in vita con una sorta di accanimento terapeutico, il cui unico legame con l’antagonismo culturale del passato risiede nell’abusivismo». A raccontare la triste fine del centro sociale è Stefano Zecchi, filosofo, scrittore, accademico e anche assessore del capoluogo lombardo che, nel corso della sua carriera, ha avuto modo di osservare da vicino la parabola del Leonka.
Professor Zecchi, da sinistra è ripartito il ritornello sulla funzione culturale del Leoncavallo. Ma quella che si faceva lì dentro può essere davvero definita “cultura”?
«La vera attività culturale del Leoncavallo è quella delle origini. Dal ’75 all’80 c’era un’identità chiara: la sede era vicino a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, il centro sociale era radicato sul territorio e intratteneva relazioni con il mondo operaio. Anche i militanti avevano un ruolo attivo nel quartiere: ricordiamo, per esempio, che è stata la lotta all’eroina a portare Fausto e Iaio alla morte, essendo i due ragazzi impegnati a riportare su binari accettabili altri coetanei in difficoltà. In quegli anni è innegabile che il Leonka abbia avuto una sua funzione, anche culturale. Ma è andata perdendosi già negli anni ’80 quando gli occupanti della prima ora si dispersero, venne meno il legame con il quartiere e cominciarono le inchieste sulla collusione di alcuni soggetti con movimenti armati».












