Al rimpianto di Pippo Baudo si vorrebbe far seguire quello del Centro sociale milanese appena sgomberato e chiamato Leoncavallo dal nome della strada in cui sorse una cinquantina d’anni fa, occupando abusivamente un’area privata con relativa struttura industriale. Una strada intestata al musicista Ruggero Leoncavallo noto anche per il dramma lirico dei Pagliacci, ricavato da un fatto di cronaca nera realmente accaduto in un borgo della Basilicata a fine Ottocento. Questo Centro sociale prodotto dalle scorie della contestazione settantottina e del terrrorismo, che ne derivò spesso negli anni di piombo, crebbe anche nel mito da martiri di due militanti -Fausto e Iaio- uccisi in circostanze misteriose il 18 marzo 1978. Un delitto rimasto impunito ma del quale quella comunità ricavò un clima di solidarietà non so ancora, francamente, quanto meritata per la natura tuttora misteriosa di quel delitto, in un ambiente degradato anche dalla droga.
Pur già noto anche a livello nazionale il mio primo contatto professionale, diciamo così, con quella comunità dichiaratamente alternativa nacque sfogliando nella primavera del 1989 la posta dei lettori del Giorno, di cui ero stato appena nominato direttore dall’Eni. Lettori tutti indignati, e invocanti aiuto, per le condizioni difficili in cui abitavano in via Leoncavallo e dintorni. Dove non si poteva neppure dormire perché di notte venivano imposti, a volume altissimo, concerti non proprio di musica classica. Di giorno le cose riuscivano ad andare anche peggio. I lettori che scrivevano si firmavano spesso con iniziali o nomi di fantasia, evidentemente per paura di ritorsioni. Alcuni però avevano anche il coraggio di firmarsi, per cui mi fu possibile rintracciarne qualcuno. E farmi accompagnare in qualche sopralluogo.














