“Com’è stato crescere in una famiglia reale? Complicato. C’era l’idea che l’educazione si impartisce con lo scalpello, come si scolpisce un blocco di marmo, che così rimane tutta la vita”. Non usa perifrasi Aimone di Savoia-Aosta per descrivere la sua infanzia e, in particolare, il rapporto complesso con il padre Amedeo, considerato l’“ambasciatore dei Savoia in Italia” in quanto l’unico Savoia maschio rimasto in Italia dopo l’esilio di re Umberto. Un rapporto non sempre facile quello tra il top manager di Pirelli e il padre, che non si parlarono per un anno e mezzo quando il figlio decise di trasferirsi in Russia. Mentre prosegue la “battaglia” per il trono con il cugino Vittorio Emanuele – visto che Amedeo di Savoia rivendicava per sé la guida del casato -, Aimone si racconta in un’intervista a La Stampa.

AIMONE DI SAVOIA E IL RAPPORTO COMPLICATO CON PAPÀ AMEDEO

Aimone e le sorelle Bianca e Mafalda di Savoia sono cresciute col papà Amedeo dopo che il principe e la moglie, Claudia d’Orléans, si separarono. Il loro fu uno di primi divorzi in Italia e i figli restarono con il padre, crescendo in una tenuta nel cuore della Toscana. Con lui non ha mai avuto discussioni – “non erano ammesse discussioni: si faceva come diceva il capofamiglia. Mio padre era un uomo di vecchio stampo, per lui la forma era dominante” -, ma Aimone ammette che non è sempre stato facile: “Con lui era molto complicato discutere. Perché dopo mezz’ora il discorso andava inevitabilmente a cadere sul gap generazionale, sul bisogna portare rispetto. E la discussione, anche quando era lui a stimolarla, finiva lì”. A 15 anni lo mandò al Collegio navale Morosini di Venezia e quell’uscita di casa “è stata la mia salvezza”. Del resto, anche crescere in una famiglia reale non era stato facile perché “era ancora molto forte il senso di quello che aveva fatto Casa Savoia, e di come si dovesse educare un ragazzino con questo cognome”. Così come per il padre Amedeo non fu facile essere “l’ambasciatore dei Savoia in Italia”, come rivela a La Stampa Aimone: “Era molto più oppresso di me. Io penso di essermi riuscito a liberare da certe gabbie, lui ha sentito tutto il peso di questo nome. Si sentiva felice solo quando era nella sua Pantelleria, o quando andava in Africa a fare i suoi viaggi con la Range Rover e non doveva più relazionarsi con nessuno”.