Il Vittoriale ha acquisito 83 manoscritti inviati a Giovanni Rizzo, il funzionario di polizia fascista che per 15 anni fu l'ombra dello scrittore. Emerge un uomo diverso rispetto alle biografie ufficialidi Paolo Bianchivenerdì 19 giugno 20265' di lettura«Caro amico, Le scrivo dopo aver ben meditata la mia risoluzione. Mio figlio, e i suoi parassiti immondi, congiurano con scaltrimenti d’ogni sorta e con menzogne d’ogni specie...».Così Gabriele d’Annunzio scrive il 22 aprile del 1927 a Giovanni Rizzo. È una delle 83 missive autografe, una ventina delle quali inedite, che La Fondazione Il Vittoriale degli Italiani ha appena acquisito (attraverso la casa d’aste Finarte), tutte dirette al funzionario di Polizia che era arrivato a Gardone Riviera nel 1923, ufficialmente per indagare su un furto di gioielli, di fatto per spiare il Vate, la cui forte influenza politica sulla nazione non era gradita a Benito Mussolini.Impossibile pensare che il poeta non ne fosse al corrente. In molti messaggi sembra voglia scrollare la testa per liberarsi dalle redini. In queste centinaia di pagine c’è un d’Annunzio consapevole anche del proprio declino. Furioso contro il figlio, come visto. Tormentato dagli scocciatori, dai famigliari, dai creditori, dalle malattie. A parte i molti riferimenti all’ordinaria amministrazione, ricorrono però principalmente tre temi.RAPPORTO COL FASCISMOUno riguarda il rapporto con il Fascismo e con il suo fondatore. «Caro Giovanni Rizzo, in questo momento ho la prova che il Primo Ministro non soltanto ha mancato contro l'amicizia ma contro l’onore», gli scrive il 27 settembre 1929. «Io avevo proposto all'Accademia tre artisti di molto superiori a tanti accademici mediocri o nulli: IldebrandoPizzetti, Giuseppe Brunati, Gianfrancesco Malipiero. In tre lettere - che conservo - il Primo Ministro aveva promesso la nomina. E io avevo comunicato la notizia ai tre miei compagni. Le gelosie, gli odi, le miserie altrui hanno dunque prevalso - nell’animo del “Duce” - contro la mia amicizia e il mio alto conoscimento. Le ordino di informarsi e di confermarmi l’offesa, perché io possa scrivere il mio netto giudizio, e dare il mio crudo addio. Sono più forte perché sono più solo», aggiunge. A fronte di espressioni come “il mio amico Mussolini”, o semplicemente “Benito”, ci sono sfoghi rabbiosi e amari, come quello del 13 aprile 1932: «Io consegnai ad Alfredo Rocco una lettera per il Capo del Governo. La lettera conteneva una domanda schietta in favore di un degnissimo amico, servitore devoto e sagace del Regime fin dai principii (...) La lettera conteneva anche un nobile dono: una scatola di palissandro e di argento cesellato, con la impresa del MAS-96 (...) Non ho avuto alcun segno. E questo silenzio è insolito, forse anche non cortese. Ella ha il mezzo di chiedere al Ministro Rocco s’egli abbia consegnato quella lettera nelle mani del Capo. Lo stesso ministro riconosceva giustissima l’elezione del grande giurista al Senato (...) Non potrei tollerare una nuova delusione, simile a quella che mi fu inflitta per due compositori da me proposti all’Accademia. Eforse non sarebbe male che, per una tal causa, io rientrassi nel mio riserbo, nel mio silenzio, e nella mia clausura inaccessibile».Il 23 gennaio del 1936, a proposito di un suo intervento censurato sulla guerra d’Etiopia, scrive: «Io sono ancora una volta percosso dal più stupido e dal più ignavo dei soprusi. Una prosa, che accompagna in Africa un battaglione, è sospesa, è censurata! Non voglio più tollerare questo obbrobrio. Io mi dispongo a spezzare un’amicizia che verso il Capo fu irreprensibile. Riprenderò la mia libertà, dentro e fuori; e ho molti mezzi per farla valere. Pensaci. Rifletti. Ripara».LA FAMIGLIAA questo ruolo di riparatore, cioè di efficace mediatore dei rapporti anche famigliari, si può pensare sia dovuta la stima che d’Annunzio nutre per Rizzo. Di più: l’amicizia.