Raramente mi è capitato di avere a che fare con una struttura della personalità così chiara, eppure così piena di salutari fessure. “Civile” verrebbe anche da dire, ma sarebbe riduttivo, perché non si terrebbe conto dell’uso sapiente della parola, controllata con dosata naturalezza. Né troppa né poca. Dacia Maraini ammette che è così che si comporta anche con il cibo. È di una bellezza speciale che ha perso ben poco col passare del tempo. Un tempo che più che di primavere sembra essere fatto di estati. Di caldo. Ben sopportato. Come sapevano fare i siciliani e le siciliane altolocate, genia nobilissima alla quale appartiene per parte di madre (gli Alliata), con le residenze stupende decadenti, le grandi finestre socchiuse e i teli contro il sole. Quelle che racconta nel suo capolavoro di misuratezza della lingua, Bagheria.

Nel 2023 è uscito Vita mia (Rizzoli). Un clamoroso racconto dei due anni centrali della sua infanzia in un campo di concentramento folle a Nagoya, frutto della trilaterale nazifascista Germania-Italia-Giappone. Sia suo padre antropologo, Fosco, uomo di rara bellezza, sia l’altrettanto tosta madre, Topazia, dissero “no” – mentre si trovavano là per una lunga ricerca – a una loro adesione all’ideologia inaccettabile della Repubblica di Salò. Entrambi rifiutarono. E si ritrovarono rinchiusi di colpo, senza cibo né niente. Con le bambine, tre.