Lei aveva da sempre quella “paresse”, come la chiamano i francesi, che è non solo la normale pigrizia ma una condizione esistenziale, che in qualche modo la proteggeva dal dolore assoluto. Non era una donna di battaglia, eppure la sua lotta Natalia Ginzburg l’ha fatta. Il famoso “mestiere di vivere” pavesiano l’ha praticato sino in fondo. La psicologia di Natalia Ginzburg, così complessa, “nebbiosa” come la sua Torino, è ancora oggi un labirintico intrico di sfumature. Color perla, verrebbe da dire. Ci vuole del vero amore per capire questa grande personalità della cultura italiana del Novecento. E Annalisa De Simone, scrittrice sensibilissima, di amore per Ginzburg ne ha proprio tanto, come si legge in questo “In Abruzzo con Natalia Ginzburg” (Giulio Perrone editore). Ce ne sono vari, ma c’è soprattutto un anello forte tra Natalia e Annalisa, ed è il punto di partenza di questo libro è nel titolo: l’Abruzzo, la terra di cui è impastata l’anima di De Simone.
È in Abruzzo, nel piccolo paese di Pizzoli, che Natalia Levi va a stare nel 1940, è una ragazza di ventiquattro anni, per seguire il marito Leone Ginzburg, grande intellettuale antifascista che dopo il confino rientrò a Roma dove fu incarcerato e ucciso dai tedeschi. Veniva dalla Torino borghese, figurarsi questa ragazza timida che sbarca in un borgo dove all’inizio neppure capiva le parole dei contadini. Eppure era vita. «Gli occhi di Natalia si sollevano verso Pizzoli, laggiù, tra la luce secca dell’altopiano. Spaziano fra gli orti e le stoppie, dentro il sentore di legna e di un vento che sa di timo. Più in alto, come una sentinella, incombe il Gran Sasso. Dall’altra parte, la Majella. Montagna di madri, di assenze, dentro cui si incavano le grotte e i sentieri selvatici. Ultimo confine d’Abruzzo, i trabocchi. La luce va a riflettersi sul mare, e sembra incresparlo. Tutto il resto, i sassi, la neve, si lascia guardare da lontano come già trasfigurato da un ricordo». È l’Abruzzo fermo e austero che tanti anni dopo vedrà De Simone crescere, con le sue ansie, le sue ricerche di senso. C’è anche molto lei, De Simone, nel libro («Io questi paesaggi li conosco, mi rivolgo a loro fin dall’infanzia, li prego, li sfido, li interrogo»). Come se la strada di Natalia e quella di Annalisa in qualche modo s’incrociassero, camminando per le strade polverose d’Abruzzo, è su quelle strade che De Simone ha sentito la folgorazione di Ginzburg. La strada è un grande simbolo ginzburghiano. Il destino le mette in mano “La strada di Swann” di Proust che lei traduce per Einaudi proprio a Pizzoli: ancora oggi quella versione c’incanta. E lì scrive il primo racconto, “La strada verso casa”, sempre questo mito della strada: dove finirà, la vita?







