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Sandro Orlando

Il duca d’Aosta ripercorre la sua infanzia nella famiglia reale italiana, il rapporto con il padre Amedeo e la decisione di costruirsi una vita autonoma tra Italia, Europa e Russia

«Con le mie sorelle scherzavamo su chi fosse il duca d’Aosta. Bianca, la più grande, avrebbe dovuto esserlo lei, essendo più autoritaria. Facevamo queste battute per sdrammatizzare. La bellezza salverà anche il mondo, diceva Dostojevskij, ma è l’umorismo che ti aiuta nella vita».

Il titolo però l’ha ereditato lei dal suo trisnonno, Amedeo I, figlio di Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia. Com’è stato crescere in una famiglia reale?«Complicato. Io sono nato 21 anni dopo il referendum del 1946, e ho conosciuto molti che avevano giurato fedeltà al re. Era ancora molto forte il senso di quello che aveva fatto Casa Savoia, e di come si dovesse educare un ragazzino con questo cognome. C’era l’idea che l’educazione si impartisce con lo scalpello, come si scolpisce un blocco di marmo, che così rimane tutta la vita. Fortunatamente non c’è più niente di granitico nella nostra famiglia, oggi».