Da trenta anni a 22 anni, per poi arrivare a un verdetto ancora più lieve: 16 anni di reclusione. Con la possibilità sempre e comunque di inoltrare un ricorso per Cassazione, quanto meno per bloccare l’esecuzione della condanna in vista di un processo che verrà fissato di qui ai prossimi mesi.Estate tranquilla per Salvatore Allard, uno degli assassini di Domenico Attianese, il poliziotto ucciso nell’ormai lontano 1986 mentre provava a sventare una rapina sotto casa. Come in una partita a scacchi, Allard fa le sue mosse. Che sembrano dargli ragione. Una storia di calcoli e verdetti, pec e ricorsi. Roba da pallottoliere giudiziario. L’ultimo verdetto dice così: a Salvatore Allard condanna a 16 anni di reclusione. Ben 14 anni in meno rispetto alla sentenza di primo grado (30 anni), sei anni in meno rispetto al verdetto dello scorso febbraio, quando pure la pena di 22 anni inflitta in appello aveva fatto discutere.

Il retroscena Ma cosa ha determinato questo ulteriore livellamento verso il basso della sentenza? Un nuovo ragionamento legato alle attenuanti generiche, che sono state concesse all’imputato sulla scorta del cambiamento dello stile di vita mostrato da Allard. Ricordate il caso? In favore dell’imputato erano arrivate le conclusioni positive di assistenti sociali del Comune di Cuneo, città dove ha svolto un lungo periodo di detenzione per alcune rapine consumate dopo aver ucciso un poliziotto (agente scelto e padre di famiglia) nel corso di una rapina a mano armata. In sintesi, Allard viene ritenuto un cittadino che ha cambiato traiettoria esistenziale, ha svolto il proprio lavoro come addetto cimiteriale nel comune piemontese e ha addirittura restituito un portafogli smarrito da un passante, meritandosi un encomio pubblico.Altro che killer in fuga, altro che malvivente privo di scrupoli. Sì, d’accordo, per oltre trent’anni si è guardato bene dal confessare il delitto di Domenico Attianese; se non fosse dipeso dalle indagini condotte a Napoli dal pm Maurizio De Marco, forte di una prova scientifica ricavata sulle impronte digitali, non sarebbe mai stato colpito dalle indagini; né si è mai premurato, una volta incastrato, di svelare l’identità del terzo complice (che resta tuttora impunito). Eppure, alla luce del verdetto più recente, Allard merita uno sconto considerevole della condanna. La ricostruzione Un verdetto che premia il lavoro difensivo del penalista napoletano Domenico Dello Iacono, che ha saputo riportare la lancetta del tempo indietro di qualche anno: dopo aver scontato un lungo periodo di detenzione in cella, per aver consumato una serie di rapine successive al delitto Attianese, Allard sembra essersi redento. Ha cambiato vita. È un’altra persona rispetto al personaggio che fece irruzione all’interno di una gioielleria di Pianura, assieme a due complici. L’assalto Ricordate la storia? Allard era assieme a Giovanni Rendina e a un terzo malvivente. Un assalto violento, a mano armata. Raid da vigliacchi. Poco distante al negozio c’era anche la figlia del poliziotto Domenico Attianese, che abitava nello stesso complesso residenziale. Ci fu una colluttazione, poi - in modo gratuito - uno dei banditi fece fuoco. Si sentiva perso, non voleva finire in cella, sparò a un poliziotto scelto sotto gli occhi della figlia. Lo scenario Da allora 34 anni di silenzio omertoso. Nessuno ha saputo più nulla di quel delitto, fino alla riapertura del caso grazie alle indagini della scientifica e alle indagini della Mobile partenopea. In due vengono inchiodati dall’analisi delle impronte digitali alla luce di nuove tecnologie. Giovanni Rendina viene condannato a 30 anni, per lui verdetto definitivo. Manca all’appello un complice. Per Allard invece strada in discesa: libero perché redento - dissero i giudici del Riesame - poi verdetti sempre più favorevoli: da 30 anni a 22, poi 16. Incognita ricorso per Cassazione. Non si esclude una possibile prescrizione in favore dell’ex bandito diventato virtuoso (anche se smemorato, per non aver mai fatto il nome del terzo killer).