La domanda colpisce un nervo scoperto dell'economia italiana. Il quadro che emerge dai dati ufficiali è piuttosto netto: l'Italia investe in R&D solo l'1,38% del PIL (2024), contro il 2,24% della media UE, il 3,1% della Germania e il 2,2% della Francia. Ma la vera anomalia è nella composizione: solo il 51% della spesa R&D nazionale proviene dalle imprese, contro il 66% della media europea e valori che sfiorano il 74% in Svezia e Belgio.

Perché una classe imprenditoriale — che peraltro non è omogenea — non investe? Il nesso tra collusione politica e sottoinvestimento in innovazione si spiega attraverso alcuni meccanismi strutturali, più che morali.

1. Il modello della rendita protetta sostituisce quello della crescita

Quando il rapporto con il potere politico garantisce accesso preferenziale a contratti pubblici, agevolazioni fiscali, sussidi selettivi e protezione dalla concorrenza, l'incentivo a innovare si indebolisce. L'innovazione è rischiosa, costosa e dal rendimento incerto; la rendita politica è prevedibile, immediata e spesso più redditizia nel breve-medio termine. L'OECD ha identificato energia, trasporti, aerospazio e grandi opere come settori a rischio corruzione in Italia, dove le PMI (il 99% delle imprese) sono particolarmente vulnerabili.