Caro Direttore, non le sembra quantomeno strano che la maggiore potenza mondiale capitoli in maniera così rapida e plateale nei confronti di una arcaica teocrazia che per quanto ancora armata non ha più nemmeno il controllo dei propri cieli? Non le sembra strano che autostrade, ferrovie, palazzi governativi, caserme, tv pubblica ed edifici simbolo siano ancora intatti? E ancor più, perché pur potendo abbandonare tranquillamente il campo di battaglia senza conseguenze se non di immagine gli Usa si impegnano a costituire un fondo ricostruzione da 300 miliardi, lo sblocco dei depositi all'estero e, come se non bastasse anche il ritiro delle sanzioni. Nemmeno in Iraq ed in Afghanistan per non parlare del Vietnam era successa una tale stravaganza. Trump sarà anche egocentrico, megalomane e inaffidabile, ma non credo abbia piacere e voglia di passare per un "coniglio".
Angelo Campagner La risposta del direttore de Il Gazzettino, Roberto Papetti Caro lettore, Trump non ambisce certamente a passare alla storia come un presidente "coniglio", ma neppure come un presidente "somaro". In Iran The Donald, spinto e convinto da Netanhyau, si era infilato in un tunnel bellico da cui non sapeva più come uscire e che giorno dopo giorno aveva, non solo per lui, costi politici ed economici sempre più elevati. Sull'Iran Trump ha commesso un duplice, clamoroso errore. Il primo: si era convinto che dopo l'attacco del 28 febbraio a Teheran ci sarebbe stata una sollevazione popolare che avrebbe rapidamente rovesciato il regime teocratico, ma nulla di tutto ciò è avvenuto. Anzi il regime ha saputo reggere e reagire anche alla morte del suo capo spirituale. Il secondo errore è stato non aver messo in conto la crisi dello stretto di Hormuz e lo choc energetico globale che questa avrebbe provocato. Quando ha capito che la dittatura degli ayatollah e la loro presa sul paese erano assai più solide di quanto gli avessero raccontato e che le conseguenze del blocco navale diventavano insostenibili e, soprattutto, a causa dell’ impennata del prezzo del petrolio e dei carburanti, minavano il suo consenso interno, ha dovuto cedere e chiudere un’intesa con Teheran. Come ha detto, in modo un po’ sprezzate, il leader iraniano Khamenei: «Trump ha firmato l’accordo per debolezza e necessità». Forse più per la seconda ragione che per la prima, ma è esattamente ciò che è avvenuto. Naturalmente il presidente americano ha cercato, mediaticamente, di travestire l’accordo con l’Iran da vittoria e presentarlo come un suo grande successo diplomatico. Nella realtà è stata a tutti gli effetti una resa o, se si preferisce, un’onerosa ritirata, visti i 300 miliardi che gli Stati Uniti dovranno anche versare nelle casse del regime per la ricostruzione. Ma Trump non aveva alternative: proseguire nel conflitto avrebbe avuto sul piano economico e politico conseguenze ancora più pesanti, anche in vista delle prossime elezioni di mid-term negli Stati Uniti.









