Donald Trump si è presentato all’ultimo giorno di G7, a Évian-les-Bains, dicendo: “I’m the boss”, l’account della Casa Bianca ne ha fatto subito il video di riassunto del vertice, perché è così che funziona con questa America padrona e con il suo presidente: io sono il capo e la realtà non conta. Una realtà che abbiamo visto tutti, dichiarazioni affastellate e biascicate, tutto e il contrario di tutto, finalmente un’apertura al sostegno dell’Ucraina, almeno, mentre la confusione e lo sconcerto consumano l’accordo con l’Iran – che è un memorandum d’intesa, anzi no, “un accordo preliminare”, un preambolo a un negoziato tutto da fare. Prima di andare alla cena a Versailles con Emmanuel Macron, Trump ha tenuto una conferenza stampa fiume in cui in sintesi ha detto: l’accordo è solido, ai leader del G7 è piaciuto molto, ma se l’Iran non si comporta bene, ricominceranno le bombe; i dettagli non servono: gli iraniani sanno che se non si comportano bene, ricominciano le bombe; le indiscrezioni sui fondi da fornire all’Iran sono una fake news; Israele è un amico, ma con Hezbollah non ha fatto un buon lavoro, e la gestione del Libano continua a essere un problema; il regime iraniano non avrà il nucleare, cosa che invece gli aveva concesso l’Amministrazione Obama; nello Stretto di Hormuz il traffico è già ricominciato; il regime iraniano non è poi così male; Cina e Russia sono da ringraziare perché sono rimaste neutrali; il mercato è felice, ed è intelligente, quindi l’accordo è buono.Siamo tornati sull’altalena delle dichiarazioni contraddittorie, mentre gli alleati guardano sfracellarsi la credibilità dell’America. “Credo che con questo accordo Trump voglia fare quello che in inglese chiamiamo gaslighting – dice al Foglio Yaroslav Trofimov, capo degli inviati del Wall Street Journal, scrittore di saggi e di un romanzo, “Non c’è posto per l’amore, qui”, di passaggio a Milano per un incontro alla Milanesiana – Che voglia alterare la realtà, manipolarla, e far credere alla sua base elettorale che l’accordo sia un successo. E’ una manovra che gli è già riuscita in passato, ha un certo talento” in queste cose.Secondo Trofimov, “siamo tornati all’accordo sul nucleare del 2015”, quello siglato dall’Amministrazione Obama da cui Trump, durante il suo primo mandato, è uscito, “soltanto che non c’è più una minaccia credibile da parte degli Stati Uniti, il bastone americano è rotto, ma la carota americana, invece, cioè il permesso di vendere petrolio, arriva prima ancora del negoziato”.Ci sono molti condizionali, un testo è stato pubblicato mentre Trump parlava, è fatto di 14 punti, quelli di cui si discute in questi giorni di documenti fantasma: il cessate il fuoco inizia subito, il blocco navale americano viene tolto subito, mentre l’Iran ha trenta giorni per normalizzare il traffico nello Stretto di Hormuz, del nucleare e dello smaltimento dell’uranio arricchito si discuterà, intanto rimane “lo status quo” sul nucleare, e c’è il fondo da 300 miliardi di dollari che forse è una fake news, secondo Trump, c’è la vendita del petrolio da parte dell’Iran e c’è il sollevamento delle sanzioni. Da quel che si sa, dice Trofimov, l’accordo “sembra un regalo di Natale per il regime iraniano arrivato a giugno”.Poiché Trump ci ha abituati a follow the money, a scovare nella sua dottrina del caos il bandolo del tornaconto monetario o personale o al limite politico, che cosa ci sta guadagnando l’America dai continui strattoni di alleati e nemici? “Tra poco più di quattro mesi ci sono le elezioni di metà mandato in America – dice Trofimov – e l’unica variabile davvero importante per Trump è il prezzo della benzina: l’inflazione è cresciuta, la benzina è passata da 2 a 4 dollari e mezzo al gallone, e l’impatto si sente in particolare nelle zone in cui vive la base repubblicana che lo ha eletto, dove la benzina si usa moltissimo. Il prezzo del petrolio deve scendere, questa è l’unica cosa che conta per Trump”. Null’altro, non certo “la lealtà nei confronti degli alleati, degli amici, come gli europei sanno benissimo e come stanno scoprendo anche gli israeliani”. Quando Trump non riesce a convincere, a domare gli avversari, fa pressione sugli alleati. Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino maltrattato dall’inizio del secondo mandato trumpiano, messo sotto pressione, lasciato senza fondi americani, e spintonato a concedere alla Russia pure il territorio ucraino che non ha conquistato, lo sa benissimo. Ora tocca a Benjamin Netanyahu? “Sì – dice Trofimov – con una differenza però tra il presidente ucraino e il premier israeliano. Netanyahu ha fatto un grande errore politico: si è infilato nelle divisioni della politica americana, alienandosi il Partito democratico, pensando che gli bastasse puntare tutto su Trump e i repubblicani. E anche in Europa, Netanyahu si è allineato con i partiti dell’estrema destra, con Orbán in Ungheria che ora non è nemmeno più al potere, o con il Rassemblement national in Francia, e questo gli è costato un’ostilità crescente da parte degli europei. La differenza tra Zelensky e Netanyahu è che Netanyahu non ha amici”, e ora che la popolarità di Trump è crollata in Israele, il premier si ritrova ad aver puntato le sue carte su un leader che lo sostiene fintanto che gli conviene.Non c’è soltanto l’alleato israeliano, ci sono anche i paesi del Golfo, che in questi mesi di guerra hanno scoperto di non potersi affatto fidare dell’America trumpiana. “E’ come con gli europei – dice Trofimov – I paesi del Golfo hanno perso la certezza dell’alleanza: l’America ha i suoi interessi, che non sono gli stessi degli europei o dei paesi del Golfo, ancor più che le minacce sono geograficamente lontane, il prezzo del nucleare iraniano non lo paga certo l’America, lo pagano gli stati della regione. Ma proprio come gli europei, anche il Golfo ha bisogno della tecnologia e delle armi americane, perché è molto probabile che ci sarà un altro round di questa guerra, e il Golfo avrà bisogno di sistemi antimissili, di rafforzare le proprie difese aeree, e sono tutte cose che soltanto gli Stati Uniti possono fornire”. L’alleato inaffidabile da cui sei dipendente: che disastro. “Ai paesi del Golfo toccherà fare una politica estera più accomodante con l’Iran, perché ora il regime di Teheran guarda alla regione un po’ come la Russia guarda all’Ucraina e agli stati limitrofi”, bisognerà fare i conti con il regalo di Natale.Secondo Trofimov però bisogna distinguere tra quel che accade oggi, i termini dell’accordo e il negoziato, e quel che accadrà quando questa fase si sarà assestata. “I problemi che il regime iraniano aveva prima che iniziasse questa guerra alla fine di febbraio sono ancora tutti lì, anzi alcuni sono più grandi. A gennaio il regime ha dovuto massacrare migliaia di persone che protestavano per questioni economiche che di certo non sono risolte e anzi ora sono state distrutte le infrastrutture – non quelle vitali, non le centrali elettriche, come fa Putin in Ucraina – e quindi la situazione è peggiorata. Si parla dei soldi che devono essere sbloccati con questo accordo, i 300 miliardi di dollari in un fondo di investimento che secondo me non si riuscirà a costituire, ma già sollevando alcune sanzioni i fondi ci saranno. Però il regime iraniano non ha mai usato i soldi per il popolo, lo sapevamo prima della guerra e lo sappiamo ancora: il popolo iraniano è sempre lo stesso, e combatte il regime. Il quale certo è più giovane e più energico e soprattutto ha fatto quel che si era prefissato: è sopravvissuto”. E secondo il presidente americano non è neppure tanto male, ma deve comportarsi bene, altrimenti sa già cosa succede: Trump non ha bisogno di dettagli, non ha bisogno di essere presente alla firma del memorandum d’intesa – ha mandato J. D. Vance a firmare perché così se qualcosa va storto la colpa è sua e se tutto va bene il merito è di Trump?, ha chiesto un giornalista, e il presidente ha risposto: sì, mi piace, “stai attento J. D.”, ha detto con il vocione. Ridevano tutti, tranne Marco Rubio, impassibile dietro di lui per tutto il tempo: forse il segretario di stato avrebbe voluto confondersi con la tappezzeria.
Trump fa il piazzista con il suo deal, ma "il bastone americano si è rotto", ci dice Yaroslav Trofimov
Il presidente americano difende l’accordo con l’Iran: se il regime non si comporta bene, ricominciano le bombe, dice. Pochi dettagli, l'insofferenza con Israele, lo status quo sul nucleare, il ringraziamento a Cina e Russia che sono rimaste "neutrali", i mercati che gioiscono. Parla il giornalista del Wall Street Journal











