A Tripoli è stata avviata la fase pilota della Sala operativa congiunta che secondo il governo italiano servirà a «salvare vite umane in mare e contrastare le reti criminali impegnate nel traffico di migranti». Lo ha reso noto palazzo Chigi, esprimendo «soddisfazione».

Il tentativo di subappaltare il contrasto dei flussi a regimi e milizie dell’altra sponda del mare vede l’Italia protagonista da diversi anni: tanto sul fronte tunisino, quanto su quello libico. Qui il trasferimento di tecnologie, competenze, mezzi e soldi ricomincia nel 2017, dopo le sperimentazioni berlusconiane, con l’allora ministro dell’Interno Pd Marco Minniti.

Da quel momento la cooperazione anti-migranti ha vissuto diverse fasi e annunci, continuando a rinforzarsi nel tempo. La vera novità del comunicato diffuso ieri dal governo italiano è la formalizzazione della presenza di altri attori internazionali. «La Sala operativa congiunta, operata dalle autorità libiche, è composta da funzionari libici cui si uniscono ufficiali di collegamento di Italia, Qatar e Turchia per sostenere gli sforzi libici nella gestione dei fenomeni migratori illegali», si legge.

Quindi oltre ad Ankara, che in Libia ha interessi non sempre in linea con quelli italiani, c’è anche Doha. Almeno ufficialmente questa capitale non aveva partecipato al vertice di Istanbul dell’1 agosto 2025 – tra la premier Giorgia Meloni, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro libico Mohammed Dbeibeh – da cui nasce la configurazione della fase pilota.