Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiNelle stesse ore in cui l’Europarlamento approvava il regolamento sui rimpatri dei migranti, i tecnici dei ministeri degli interni di Tunisia, Libia e Algeria si riunivano a Tripoli per contenere i flussi e coordinarsi nella sorveglianza dei confini.
Il pacchetto Ue va ricordato, dev’essere approvato dal Consiglio e poi finire in Gazzetta Ufficiale, prima di entrare in vigore. Alcune norme, come quelle sulla valutazione dell’età dei minori e sulla dimensione dei rimpatri, si applicheranno subito. Altre dopo un anno, ma un dato è chiaro: gli stati potranno convogliare i migranti in centri al di fuori dell’Unione (come quello in Albania), inclusi i bambini con le loro famiglie (non quelli non accompagnati). Ma i paesi terzi in cui questi siti saranno realizzati devono rispettare i diritti umani, il diritto internazionale e il principio di non respingimento. Ergo, nessun centro sarà realizzabile sulle coste africane. Questo perché la Libia è al collasso del diritto: il principio di non respingimento è violato sistematicamente e nei suoi centri di detenzione sono documentati stupri, torture, lavori forzati e richieste di riscatto (l’Onu ha più volte denunciato crimini contro l’umanità). La Tunisia attua espulsioni collettive di migranti, abbandonati senz’acqua, cibo e assistenza medica al confine nel deserto. Algeri non ha norme di protezione dei rifugiati e rastrella i migranti nelle città, li stipa sui camion e li abbandona a Point Zero, una località nel Sahara, al margine col Niger. Insomma, visti da laggiù i muri dell’Europa sono acqua fresca e ogni centro Ue che aprirà sarà una fucina di contenziosi.















