ROMA – In Libia, dove c’è una popolazione totale stimata di circa 7 milioni di abitanti, sostano attualmente oltre 900.000 migranti. Da tempo, nel Paese nordafricano fermentano tensioni sociali per espellere le persone che, per fuggire lle aree più pericolose e affamate del Pianeta, si rifugiano in Libia, per trovare lavoro, oppure per sperare di partire verso l’Europa.
La protesta di piazza a Tripoli. In risposta a tutto questo, giorni fa, a Tripoli centinaia di cittadini libici sono scesi in piazza bloccando la sede dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Protestavano contro i migranti arrivati in Libia da molti Paesi africani (e non solo) in cerca di lavoro o, come nella maggior parte dei casi, di un passaggio per l'Europa. La Libia è tuttora una via di transito per centinaia di migliaia di disperati in fuga dalle guerre, dalla povertà, dalla fame, quasi tutti dell'Africa subsahariana, che affrontano viaggi allucinanti attraverso il deserto o il Mediterraneo.
Chiamata in causa l’Italia e il governo Meloni. L'economia libica, dipendente dal petrolio, attrae anche i migranti in cerca di lavoro, molti dei quali svolgono mansioni umili in settori come le pulizie e l'edilizia, che i libici sono restii a ricoprire. Quella di qualche giorno fa è stata una delle numerose mobilitazioni che ci sono state negli ultimi tempi, ma che ha però assunto toni assai più duri rispetto alle altre volte. I manifestanti, nei loro slogan, hanno chiamato in causa anche l’Italia e il governo di Giorgia Meloni. Su uno dei cartelli del corteo c’era scritto: “No alla firma di accordi per l’insediamento dei migranti con l’Italia”. Insomma – dicono – Roma sta cercando di trasformare la Libia in una zona di contenimento per i flussi migratori diretti verso l’Europa. Ma se ne sono accorti adesso? Verrebbe da chiedere loro.








