di
Giampaolo Chavan
Trento, la vicenda riguarda un ex capomacchina. Il giudice gli riconosce un «danno permanente all’integrità psicofisica»
Era stato demansionato da capo macchina prima a “secondo” e poi a “terzo”, arrivando a pulire la stampatrice quando fino a pochi mesi prima ne era il responsabile. E poi era stato deriso dai capi anche perché nel 2017 aveva chiesto dei permessi di paternità per il figlio appena nato: «Fatti crescere le tette così lo puoi anche allattare», gli era stato detto dal suo caporeparto. Una serie continua di condotte che l’hanno portato dritto «all’insorgenza e lo sviluppo nel ricorrente di un disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso», riporta la sentenza del tribunale del lavoro di Trento. I due psichiatri nominati dal tribunale, Marco Scillieri e Angelo Bolaffi, parlano di «un quadro clinico di depressione cronica» che tra l’altro ha determinato assenze dal lavoro per almeno 194 giorni nel periodo tra il 23 novembre 2019 e il 28 luglio 2022 fino alla lettera di licenziamento.
Cosa recita la sentenzaNella sentenza del 17 febbraio scorso (ma solo pochi giorni fa è stata resa pubblica), il giudice Giorgio Flaim ha dato ragione al lavoratore, ordinando alla sua datrice di lavoro, la Lego spa, Legatoria editoriale Giovanni Olivotto, di reintegrare l’operaio specializzato dopo il licenziamento avvenuto il 28 luglio 2022. L’azienda dovrà pagare tutti gli stipendi arretrati a partire dal 2 agosto 2022, mese successivo all’estromissione dall’azienda fino al 14 ottobre 2024 compresi gli interessi legali, oltre a tutti i contributi previdenziali. La società è stata poi condannata a pagare 11.351 euro al quarantenne a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale. All’operaio, infine, il giudice ha riconosciuto un danno permanente «all’integrità psicofisica pari al sei per cento», riporta la sentenza, legato al suo stato depressivo cronico.














