La storia dell’umanità potrebbe essere raccontata attraverso le volte in cui ci si è riuniti attorno a una tavola. In assenza di molti degli strumenti con cui oggi si costruisce il consenso, si trasmettono informazioni o si consolidano relazioni sociali, il pasto svolgeva contemporaneamente diverse funzioni. Riuniva le persone in uno stesso spazio fisico, rendeva visibili le gerarchie della comunità e offriva un contesto favorevole alla costruzione dei rapporti. Mangiare insieme significava creare le condizioni perché qualcosa accadesse: un accordo, una riconciliazione, una celebrazione. A produrre questi effetti non era soltanto il cibo, ma il tempo (condiviso) che il pasto rendeva possibile. Una pratica tanto ordinaria quanto fondamentale che, nel corso dei millenni, avrebbe assunto forme diverse senza perdere la propria funzione, ossia trasformare un insieme di persone in interlocutori.
Prima ancora che un luogo deputato al consumo, la tavola è uno spazio di parola. Non è un caso che molte delle forme attraverso cui le società hanno immaginato il proprio futuro siano passate da una ricetta gustata insieme. È per questo motivo che il pasto come occasione sociale continua a proliferare anche in contesti molto lontani da quelli che l’hanno visto nascere. Le prime testimonianze risalgono alle civiltà mesopotamiche. Già nel terzo millennio avanti Cristo, i banchetti rappresentavano una parte centrale della vita comunitaria, come dimostrano le numerose scene raffigurate su sigilli cilindrici, rilievi e manufatti provenienti dalle città sumere. Come sottolinea l’archeologo Davide Nadali, queste immagini mostrano gruppi di persone riunite attorno a cibo e bevande durante cerimonie pubbliche e funzioni religiose. L’attenzione non è rivolta tanto alle pietanze quanto agli individui e ai rapporti che si costruiscono attraverso la condivisione del pasto.







