Una tavola rotonda, dodici nazionalità, mille ricette. La cucina come terreno comune, luogo di scambio, spazio di arricchimento culturale. Uno spirito scherzoso avrebbe potuto raccontare l’incontro al teatro Franco Parenti di lunedì 18 maggio esordendo con: «Ci sono un italiano, un cinese, un albanese…», un po’ come l’inizio di una barzelletta. Tutto vero, ma se quelle battute si reggono su stereotipi e luoghi comuni, al Festival di Gastronomika 2026 il tema del cibo è diventato un veicolo per decostruirli, il centro di una riflessione condivisa sul significato di tradizione, identità, innovazione, contaminazione. Insomma, un simposio mica da ridere.
«Sono argentino, quindi dovrei cucinare la carne… Peccato che il mio sia un ristorante quasi vegano!», esclama uno (no spoiler). Un altro – che fa invece cucina tradizionale cinese – risponde: «È una tradizione millenaria. Penso ai miei nonni, ai miei antenati». Due approcci diversi: da una parte, l’emancipazione dai pregiudizi legati al proprio Paese d’origine; dall’altra, la valorizzazione delle proprie radici. In mezzo passano centinaia di sfumature. O meglio, passano altre quattordici voci, oltre alle loro: dodici Paesi, sedici in tutto i volti presenti, ciascuno con la propria storia personale.






