Sono sempre più spesso circondata da persone a dieta, amici inappetenti, colleghi senza tempo per il pranzo. E mi capita di mangiare da sola, anche senza essere fuori per lavoro. La sensazione, al tavolo di un ristorante, è persino piacevole: c’è un desiderio realizzato di autonomia in quell’ora in cui posso concentrarmi sul cibo senza intrattenere conversazioni forzate. Ma la stessa cosa, se succede tra le mura domestiche, non è altrettanto affascinante e passa facilmente da autonomia a solitudine forzata. Osservando il mondo social, mi imbatto sempre più spesso in persone che fanno della loro solitudine, anche alimentare, una bandiera da esibire. In Giappone esistono locali progettati per il cliente singolo, con separatori tra i tavoli e cabine individuali. Negli Stati Uniti cresce la cosiddetta “solo economy”, l’economia costruita attorno a persone che vivono, viaggiano e mangiano da sole. Intanto le piattaforme di delivery trasformano il pasto in un gesto sempre più individuale, spesso consumato davanti a uno schermo e lontano da qualunque ritualità condivisa.
Ma qual è il significato sociale del mangiare, e perché nelle società ricche contemporanee ce ne stiamo allontanando? Gli antropologi usano una parola precisa per descriverlo: commensalità. Significa condividere la mensa, stare alla stessa tavola, una pratica antica quanto le società umane. Mangiare insieme non serve soltanto a distribuire calorie ma crea fiducia, appartenenza, identità collettiva. Per questo quasi tutte le culture hanno costruito attorno al pasto regole, gerarchie, rituali, feste e proibizioni. La tavola organizza il tempo, definisce i ruoli, costruisce legami.









