Ogni anno diciamo le stesse cose sulla maturità. L’ansia, il ripasso, le tracce, la commissione, i genitori più agitati dei figli, i gruppi WhatsApp che diventano pronto soccorso emotivo, le notti senza sonno, il caffè bevuto troppo tardi, i libri ancora aperti quando ormai non entra più niente. E ogni anno sembra difficile trovare parole nuove. Forse perché la maturità, in fondo, non è nuova.

È sempre la stessa scena che si ripete, ma con volti diversi. Ragazzi seduti davanti a un banco, adulti che li osservano, una scuola che per anni è stata quotidianità e che all’improvviso diventa ricordo. Si entra per fare un esame e, senza rendersene conto, si esce da un’età.

È questo che spesso dimentichiamo. Parliamo della maturità come se fosse solo una prova da superare. Come se tutto si riducesse al voto, alla prestazione, alla capacità di ricordare un autore, un teorema, un collegamento interdisciplinare. Ma la maturità non è soltanto un esame ma una soglia. E le soglie non si superano soltanto: si attraversano. Con paura, certo. Con tremore. Con quella sensazione scomoda di essere ancora ragazzi e già costretti a misurarsi con qualcosa che assomiglia al mondo adulto.

Le aspettative

Per molti studenti quei giorni sono carichi di aspettative enormi. Non temono solo di sbagliare una prova ma temono di deludere. Di non essere abbastanza, di non reggere lo sguardo degli altri, di vedere il proprio valore ridotto a un numero. E qui dovremmo fermarci. Perché nessun voto può raccontare davvero una persona.