Roma – Chi conquisterà il grande centro? Lo spazio libero, da quelle parti, esiste dal 26 luglio 1993. Erano le 17.45. All’Eur di Roma cinquecento delegati provenienti dal partito e dal mondo cattolico avevano appena finito di affrontare le trentatré (come gli anni di Cristo, ça va sans dire) cartelle di discorso con cui Mino Martinazzoli aveva decretato la fine della Democrazia Cristiana. Da lì parte la diaspora e, contestualmente, il grande vuoto al centro. Trentatré anni dopo quello spazio è ancora vuoto, come dominato da una forza centrifuga che non permette ai tanti pretendenti di avvicinarsi. Eppure è il grande centro, ancora oggi, a dominare il dibattito per le alleanze prima di ogni voto.
E se quanto pesino nelle urne, questi centristi non lo si è mai capito davvero, di sicuro, dalla Seconda Repubblica in poi, non ha mai perso potenza l’idea che sia lì, proprio al centro, la chiave di ogni coalizione. Anche se il centro imponente, autosufficiente, dirimente, ago della bilancia, fino ad ora in pratica non c’è mai stato. Da Berlusconi al Terzo polo di Renzi e Calenda (gli ultimi ad averci provato, uscendone con un pur dignitoso ma insufficiente, 7,78%), il grande centro è rimasto un grappolo di gocce incapaci di sommarsi, una diaspora caleidoscopica ad alleanze variabili, un pendolo in perenne oscillazione tra sinistra e destra incapace di trovare un punto di caduta.















