Trascinante, come un’onda lunga che travolge col peso dell’acqua; disorientante, persino, come la marea quando si innalza, la scrittura dell’ungherese è una corrente che investe e porta tutto – alterazioni, impressioni, perplessità – con sé: senza mai un punto, una sosta, un respiro, se non al cambio di ogni “introduzione”: dieci in tutto, più due capitoli denominati “quasifinito”, che compongono un’architettura sorprendente. Innervata di ironia: risorsa con la quale fronteggiare il tragico, come quel retino di tulle per acchiappare le farfalle con l’ambizione di acciuffare anche le risposte che contano di più. O per difendersi dalle delusioni: come quella di scoprire se l’altro è interessato davvero ai lepidotteri o a un caso bizzarro come lui. Krasznahorkai ha vinto il Nobel “per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte”. “Satantango”, il libro più famoso, tradotto al cinema da Béla Tarr in lunghi piani sequenza che sfidano lo spettatore per più di sette ore, è l’emblema del suo fascino e radicalismo. Questo romanzo con la metamorfosi nell’essenza – per lo scrittore, Kafka è riferimento assoluto – ne conferma il magnetismo e la capacità arcana di incantare.
Il Nobel Krasznahorkai, le domande delle farfalle
Questo romanzo con la metamorfosi nell’essenza – per lo scrittore, Kafka è riferimento assoluto – conferma il magnetismo e la capacità arcana di incantare










