Ci sono delle volte in cui il centrodestra si incarta e rischia di farsi inutilmente male. Il caso Viminale è il classico esempio di come complicarsi la vita. Sono giorni che Maurizio Belpietro scrive sul perché non è Roberto Vannacci il problema del centrodestra. Concordo. E credo anche - forse abusando del pensiero di Fedele Confalonieri - che Silvio Berlusconi avrebbe cominciato un lavoro di seduzione verso il generale affinché fosse possibile recuperarlo in una logica di coalizione.

Cambia il nome, ma la sostanza resta la stessa. Che lo si definisca prelievo di solidarietà, come fa Romano Prodi, patrimoniale, come dice Elly Schlein, o rimodulazione del carico fiscale per colpire le rendite, come preferiscono raccontare i 5 stelle, alla fine sempre di stangata si parla.

Risuonano le note di Whatever It Takes degli Imagine Dragons al Teatro Franco Parenti di Milano. E per un attimo è inevitabile pensare a un altro «whatever it takes»: quello pronunciato da Mario Draghi nel 2012 per salvare l’euro. Qui, però, l’impresa è più modesta: lanciare il nuovo centro riformista italiano, che nel capoluogo lombardo - meglio se dentro l’Area C - sembra veleggiare (sostiene Carlo Calenda) intorno all’8%, ma che oltre la circonvallazione rischia di tornare allo zero virgola.