Mentre avvia il disgelo con Trump, risentito con l’Europa - e in particolare con l’Italia - per il mancato aiuto nella guerra in Iran, Meloni sa di doversi dedicare, al ritorno dal G7, a un compito simile con gli alleati di governo. Il centrodestra che una volta si caratterizzava, malgrado problemi passeggeri, per la sua sostanziale unità in trent’anni di vita di coalizione, sta attraversando un periodo di ebollizione preelettorale che richiede un approfondito chiarimento interno. L’entrata in campo di Vannacci - concorrente o alleato dell’ultima ora, sarà da vedersi - rischia di fare da detonatore a una crisi che si trascina da tempo, almeno dalla sconfitta nel referendum del 22 marzo, che il sostanziale pareggio nelle ultime amministrative non ha, né bilanciato, né risolto. La legge elettorale in discussione alla Camera, che dovrebbe essere approvata prima della pausa feriale, scontando una durissima opposizione del centrosinistra, non ha avuto quell’effetto calmante che la premier si augurava. Perché punta, sì, a garantire che sia evitato il pareggio, ora che ai nastri di partenza si presentano due coalizioni praticamente equivalenti. Ma rischia di accentuare la sproporzione tra Fratelli d’Italia, il partito che da solo rappresenta quasi il doppio della somma dei suoi alleati, e Forza Italia e Lega, scesi sotto la linea di galleggiamento con prospettive differenti.