Giorgia Meloni si prepara ad affrontare la campagna elettorale e poi il voto con una linea più estremista di quella del 2022. Non era scontato, anzi. Molti osservatori, francamente ingenui, prevedevano una democristianizzazione di Meloni e del suo partito, Fratelli d’Italia, una conversione centrista in senso neogollista o addirittura merkeliano della presidente del Consiglio, anche attraverso una progressiva marginalizzazione della Lega. In qualche momento questa previsione è parsa avere qualche chance: sull’Ucraina, per esempio. Ma alla fine la coalizione di centrodestra va sempre più proponendo la faccia della destra-destra.
Perché? Innanzitutto, l’avvicinarsi del clima elettorale accende gli animi e favorisce l’emersione del senso comune della destra italiana, a metà tra legge e ordine e «fate un po’ come vi pare»: un mix reazionario. Ma poi c’è una ragione politica: il fatto nuovo della presenza e, a quanto pare, del successo di un fascistoide vero come Roberto Vannacci.
È lo spettro di Futuro Nazionale, in grado di drenare voti a Meloni, che spinge quest’ultima a spostarsi – e con una baldanzosa naturalezza – verso le posizioni del generale. È possibile che lei abbia sottovalutato il sostenitore della X Mas, un po’ come più di dieci anni fa il Partito democratico sottovalutò l’impatto di Beppe Grillo: la solita prosopopea dei politici di professione rispetto ai newcomer.











