La partita delle preferenze vale molto più del suo contenuto tecnico. Misura la distribuzione del potere all’interno del centrodestra. Se Meloni riuscirà a imporre la propria linea, avrà dimostrato che il baricentro della coalizione si è ulteriormente spostato verso Fratelli d’Italia. Se invece sarà costretta a un compromesso, emergerà un dato politico altrettanto significativo: anche una leader forte, con un consenso elettorale nettamente superiore a quello degli alleati, deve fare i conti con la natura plurale della maggioranza. L’analisi di Salvatore Di Bartolo
La riforma elettorale è soprattutto il pretesto. Il vero terreno di scontro è il rapporto di forza all’interno della maggioranza. È quanto sta accadendo sulle preferenze, trasformatesi nel giro di pochi giorni da questione tecnica a banco di prova della leadership di Giorgia Meloni e del peso di Forza Italia nella coalizione di centrodestra.
Secondo fonti parlamentari della maggioranza, durante il confronto a Palazzo Chigi il tema non sarebbe stato affrontato soltanto sul piano dell’architettura istituzionale. Sul tavolo sarebbe finito soprattutto un interrogativo politico: fino a che punto Forza Italia è disposta a seguire Palazzo Chigi quando la linea del governo entra in collisione con gli interessi organizzativi degli alleati?







