Anche se oggi il governo dovesse evitare il terremoto con una nuova sconfitta a voto segreto sul Melonellum, politicamente lei, Giorgia Meloni, non è più la proprietaria del centrodestra. È la leader di una coalizione molto più sfilacciata di quanto appaia, assediata dai berlusconiani – cioè quelli ortodossi e quelli che guardano a Marina Berlusconi –, dai leghisti senza bussola e dai vannacciani, la vera novità politica e ormai anche parlamentare. È questo il dato che emerge dalla battaglia sulla legge elettorale. Ed è un dato nuovo.
Finora la presidente del Consiglio era l’alfa e l’omega della sua maggioranza. Oggi scopre di dover negoziare con gli alleati, non più di poter semplicemente dire loro quello che possono e non possono fare. La cosa è singolare: di solito è all’inizio che un leader stenta, non alla fine. Ma le è andata così. Per ora fa lo slalom tra le diverse anime della coalizione. Ieri si è perfino avvannacciata, votando insieme a Futuro Nazionale un emendamento sulle preferenze, senza Forza Italia e Lega. L’emendamento è stato respinto, ma il precedente resta. E pesa.
Nella bolgia di Montecitorio, la presidente del Consiglio porta comunque a casa il Melonellum. Ma il prezzo politico è abbastanza alto. Si annuncia una riflessione, quella che nella Prima Repubblica si sarebbe chiamata una verifica di maggioranza, anche per decidere se spedire subito il testo al Senato, introdurre lì la norma bocciata martedì e poi rinviarlo di nuovo alla Camera, dove potrebbe essere posta la fiducia sull’emendamento pro-preferenze. Quindi il governo riprenderà la sua navigazione, seppure molto meno tranquilla, fino alla legge di bilancio. Poi, giorno più, giorno meno, scatterà la campagna elettorale per il voto di marzo-aprile.











