Qualora la destra affossasse le preferenze, lei ne vuole uscire bene. Della serie: noi ci abbiamo provato ma sono stati Lega e Forza Italia a dire di no. Per questa ragione la premier Giorgia Meloni ha chiesto ai suoi la massima mobilitazione: ministri, sottosegretari, parlamentari di ogni circoscrizione entro lunedì pomeriggio dovranno tornare a Roma. Troppo importante il voto in Aula sulla legge elettorale, martedì. Sulle preferenze si andrà avanti per tutto il weekend alla ricerca di una “quadra” ma se non si trovasse, i meloniani vogliono dare un’immagine di compattezza, anche se non tutti, fuor di taccuino, sono convintissimi. “Il centrodestra fino a oggi non si è mai diviso in nessuna votazione che c’è stata alla Camera o al Senato e non ho motivo di credere che finirà diversamente questa volta”, dice sibillino Giovanni Donzelli. L’arma di ricatto è l’autonomia differenziata.Giovedì Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini si sono parlati per un bel po’ a Palazzo Chigi. Sul piatto c’erano nuovi interventi su sicurezza e immigrazione, per aggiornare la legislazione italiana e renderla più organica alla disciplina europea alla luce delle nuove regole sui rimpatri. Ma anche per pararsi dagli attacchi di Roberto Vannacci. Solo che a latere i tre, che hanno lasciato che la questione legge elettorale fosse discussa dai tecnici dei tre partiti di maggioranza, hanno convenuto che pure su quel fronte la propaganda vannacciana si sia fatta d’un tratto particolarmente esacerbata. In particolare sulle preferenze, vero pallino del generale. Anche per questo Meloni non vuole cedere, ha congelato le altre misure almeno fino a martedì. E ancora in queste ore ha chiesto al fido Giovanni Donzelli, capo dell’organizzazione di FdI e tra le menti del cosiddetto Stabilicum, di continuare a insistere, a provarci. Nonostante la persistente contrarietà degli alleati. Salvini qualche giorno fa pare si fosse convinto che le preferenze erano un buon compromesso per spalancargli la porta del Viminale (con contemporaneo trasferimento di Matteo Piantedosi all’Europol, come avevamo scritto sul Foglio). Poi però i territori hanno ricominciato a rumoreggiare. E da allora nel Carroccio hanno ripreso vigore le letture di deputati e senatori, tra cui il relatore della legge elettorale Igor Iezzi, secondo cui “nemmeno a Fratelli d’Italia, in fondo, le preferenze piacciono poi più di tanto. State a vedere”. L’ulteriore ostacolo è rappresentato, secondo Lega e Forza Italia, da un modello per esprimere le preferenze che non ha ricevuto l’investitura di “tecnici di area” che ne lodassero il funzionamento. Sempre negli incontri in Via della Scrofa FdI ha avanzato il cosiddetto “modello belga”, con un capolista bloccato e con le preferenze a decorrere. Solo che chi ha letto la proposta di emendamento ha fatto notare che si prevedeva un meccanismo per cui un candidato con oltre il 25 per cento delle preferenze totali avrebbe potuto scalzare il capolista. Tanto che persino dal partito della premier si sono affrettati a dire che quella soluzione non potesse essere “applicabile al Parlamento italiano”. Insomma, un guazzabuglio.In queste settimane, poi, i meloniani hanno cercato di farsi vedere come un blocco monolitico, unico. E però, in effetti, si sono avvertiti degli scricchiolii. Tanto che su mandato dei vertici di FdI è pervenuta una richiesta rivolta a ministri, sottosegretari e parlamentari di ogni rango: in Aula siateci. Anche perché si vuole evitare il voto di fiducia. Se sulle preferenze si continua a trattare (e costanti interlocuzioni si protrarranno fino alla scadenza per presentare gli emendamenti di lunedì), sul voto ai fuori sede il centrodestra ha trovato un accordo: previa iscrizione a un apposito registro entro il 31 dicembre, si potrà votare nel comune di domicilio. Un risultato raggiunto attraverso un emendamento comune, firmato da tutti i gruppi. Quello, insomma, che da FdI si augurano anche sul nodo preferenze. Per un dossier che chiama i parlamentari alla massima mobilitazione (in settimane di caos sulle linee ferroviarie che hanno fatto slittare di una settimana l’approdo in Aula), ce n’è un altro che potrebbe essere usato come rappresaglia: l’autonomia differenziata. All’inizio della prossima settimana, lunedì, infatti, in Senato ci sarà l’audizione del ministro della Salute Orazio Schillaci e del ministro per il Mare e la Protezione civile Nello Musumeci, sullo schema di preintese attivate dalle regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Nel calendario dei lavori, in teoria, fino a mercoledì 15 ci sono l’approdo e la discussione del testo in Aula, i cui emendamenti sono già stati votati alla fine di giugno. Ma da fonti di FdI si lascia intendere che se ci saranno scherzi sulla legge elettorale, potrebbero esserci delle conseguenze su una norma tanto cara al Carroccio, che per approvarla vorrebbe arrivare a fine legislatura. Chissà se il fine settimana porterà a più miti consigli.