Di recente, Donald Trump ha sostenuto che, grazie a una missione segreta, gli Stati Uniti erano riusciti a trasportare cento milioni di barili di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz mentre il passaggio era bloccato. Le parole del presidente americano si inseriscono in una fase storica in cui il settore si chiede quanto petrolio stia davvero transitando da questo angusto ma cruciale passaggio. A quanto pare, nessuno è in grado di dirlo con certezza.Domenica 15 giugno Stati Uniti e Iran hanno annunciato un’intesa preliminare per fermare il conflitto e riaprire lo stretto. La notizia ha fatto scendere i prezzi del petrolio, nonostante i molti dettagli ancora da chiarire e i dubbi sull'effettivo ritorno alla normalità del traffico petrolifero.“Nessuno ha mai affrontato un’interruzione di questo tipo”, ha spiegato Matt Stanley, responsabile delle relazioni con il mercato di Kpler, società specializzata nell’analisi delle materie prime e nel monitoraggio delle navi. I numeri sono così difficili da stabilire per via di quello che il settore chiama dark trade, o traffico ombra, costituito da navi che viaggiano con i transponder Ais spenti, di notte, più vicine al confine con l’Oman e a volte con una scorta navale.Ci sono comunque modi per individuare almeno una parte del petrolio in uscita. Alcuni tipi di greggio possono provenire solo da specifici giacimenti. Il Murban degli Emirati Arabi Uniti, per esempio, può essere esportato da Fujairah, fuori dallo stretto, mentre l’Upper Zakum no. Un analista del mercato petrolifero ha raccontato che il suo team ha rilevato la presenza di greggio Upper Zakum in altri mercati. Nonostante gli avvistamenti, la portata del fenomeno resta sconosciuta.Secondo Stanley, è possibile che, a partire dal primo maggio, 100 milioni di barili siano riusciti a passare dallo stretto di Hormuz. “Se si guarda al contesto, prima del conflitto passavano circa 20 milioni di barili al giorno, quindi parliamo dell’equivalente di cinque giorni di petrolio in condizioni di traffico normale, solo che ci è voluto più di un mese […]. Cento milioni di barili rappresentano una cifra importante, ma in proporzione sono letteralmente una goccia nell’oceano rispetto al traffico precedente”.Perché fin qui i prezzi hanno rettoLo stretto di Hormuz, il più importante passaggio obbligato del petrolio al mondo, è rimasto di fatto chiuso per oltre cento giorni. I dati dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) indicano una riduzione del 95% delle spedizioni di greggio dai porti del Golfo persico e un calo del 99% delle navi metaniere. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) l’ha definita “la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale”.Eppure il Brent, il greggio di riferimento per l'Europa, non ha raggiunto i livelli estremi temuti da alcuni osservatori. E dopo l’annuncio dell'accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran è sceso ai minimi da marzo.Il merito è di una serie di cuscinetti. Secondo Stanley, la Cina ha circa 1,3 miliardi di barili stoccati e li sta consumando a un ritmo di circa un milione di barili al giorno. “Da maggio a luglio stimiamo la domanda [della Cina] intorno ai 7 milioni di barili al giorno. A dicembre ne compravano 12,5 milioni al giorno”, osserva Stanley. Anche Stati Uniti, Brasile e Canada sono intervenuti per colmare parte del vuoto: il ricorso alle scorte, un certo calo della domanda e il ricollocamento della produzione sono tutti fattori che hanno contribuito a contenere l’impatto.Gli analisti interpellati da Wired (prima dell'annuncio del nuovo accordo tra Stati Uniti e Iran) concordano sul fatto che la risposta del comparto sia stata solida. “Il mercato del petrolio ha reagito molto bene a questa interruzione, tagliando una parte della domanda”, dice Iman Nasseri, managing director per il Medio Oriente di FGE NexantECA. “Sul mercato è arrivata anche una quantità significativa di scorte, ma dubitiamo che questo possa continuare […]. Ci aspettiamo che entro luglio le cose cambieranno [se lo stretto resterà chiuso]”.Ma i cuscinetti si esauriranno prima o poi. Un analista ha spiegato che le scorte si stanno avvicinando a quelli che il settore definisce livelli critici per l’operatività, cioè il punto in cui il petrolio immagazzinato e l’offerta aggiuntiva devono essere reintegrati. L'esperto ha aggiunto che con l’avvicinarsi della fine dell’anno, e quindi della stagione in cui c'è maggiore bisogno di riscaldamento, gli Stati Uniti dovranno dare priorità alla domanda interna.“Per chi guarda a ottobre, l’idea è che la situazione deve risolversi entro metà agosto”, osserva Stanley. “[…] È questo, credo, quello che il mercato si augura”. L’intesa tra Stati Uniti e Iran sembra andare in questa direzione, ma resta da capire quanto rapidamente i traffici potranno tornare alla normalità.Rimettere in moto il sistemaA marzo, l’offerta globale di petrolio è diminuita di 10,1 milioni di barili al giorno, mentre la produzione dell’Opec+ è calata di 9,4 milioni di barili al giorno rispetto al mese precedente. La domanda più difficile è quanta offerta tornerà sul mercato, e quando.Secondo un’analisi di S&P Global e Cera, per i giacimenti rimasti fermi per due mesi i tempi di riavvio possono andare da dieci settimane a sette mesi. Il direttore esecutivo dell’Iea Fatih Birol ha detto che più di 80 infrastrutture energetiche sono state danneggiate e che la ripresa “potrebbe richiedere fino a due anni”. La compagnia petrolifera nazionale degli Emirati Arabi Uniti stima che i flussi attraverso lo stretto di Hormuz non torneranno pienamente alla normalità prima del 2027.L’intesa insomma può cambiare il quadro politico ma non elimina il problema operativo, perché riaprire lo stretto non significa riportare subito produzione, logistica e traffici ai livelli precedenti alla crisi.Stanley spiega che le infrastrutture di base – dai servizi di assistenza alle navi alle imbarcazioni stesse, fino alle ispezioni – potrebbero essersi fermate per mancanza di attività. Secondo le sue stime, potrebbero servire tre mesi solo per rimettere in funzione le operazioni.Senza contare che anche l’ipotesi di una riapertura rapida e ordinata porta con sé un rischio. “Se il petrolio non è arrivato a 200 dollari perché l’offerta è stata trovata altrove, e poi lo stretto riapre e tutto quel petrolio diventa disponibile, i prezzi rischiano di scendere a 50 dollari”, dice Stanley.Paesi come l’Iraq, rimasti per mesi a corto di entrate, potrebbero esportare in modo aggressivo non appena ne avranno la possibilità. “L’Opec potrebbe dover gestire le mosse dell’Iraq, oppure potrebbero doverlo fare i sauditi. Penso che potrebbe nascere un nuovo organismo, qualcosa come una vera Opec del Medio Oriente, perché nella seconda metà dell’anno tutti parleranno di gestione dell’offerta”.Questo articolo è apparso originariamente su Wired Middle East.