«Questo diploma non è solo un pezzo di carta, ma il mio riscatto sociale». Musa Jarju ha 29 anni, viene dal Gambia, lavora in un cantiere navale e dopo domani affronterà la prima prova della maturità 2026. Arrivato in Italia dopo una serie di peripezie e disavventure, che lo hanno costretto ad attraversare il deserto e difendersi da mille pericoli assieme a un amico dopo la morte della madre («mio padre non l’ho mai conosciuto», dice), il giovane è iscritto al corso serale dell’Iti Marie Curie di Ponticelli guidato dalla dirigente Valeria Pirone. Dopo un passato in cui ha vissuto anche l’esperienza del carcere, Musa ora si appresta a conseguire il diploma in Biotecnologie sanitarie. Un traguardo importante raggiunto grazie al sostegno dei docenti Rachele Caliendo, Salvatore Russo, Luigi Bianco ed Elisabetta Ilardi, dei volontari e di don Franco Esposito, cappellano di Poggioreale e fondatore dell’associazione Liberi di volare al Rione Sanità, dove oggi il 28enne continua a vivere.

Ci racconti la tua storia? «Sono nato in un villaggio del Gambia molto povero. Di mio padre non ricordo quasi nulla. Mi ha abbandonato quando ero molto piccolo. Mi ha cresciuto mia madre, rappresentava tutto il mio mondo». Poi cosa è accaduto? «Quando mia madre è morta la mia vita è cambiata per sempre. Mi hanno trattato come uno schiavo. Lavoravo per un contadino tutto il giorno senza scuola, senza libertà né amore. Ricordo la fame e la paura che ho vissuto, fino a quando a otto anni ho deciso di scappare». E dove sei andato? «Per anni ho vissuto per strada. Dormivo dove capitava: sotto i cartoni, vicino ai mercati, nei vicoli. Mangiavo quello che trovavo nell’immondizia e facevo piccoli lavori per sopravvivere. Poi un giorno sono partito insieme a due amici perché volevo una vita diversa: abbiamo attraversato l’Africa e il deserto camminando per settimane». Che ricordi hai di quei momenti? «Terribili. Ho visto donne e bambini morire e quelle immagini sono rimaste impresse nella mia mente, tanto che le sogno ancora di notte. Arrivato in Libia credevo che il peggio fosse passato, invece ho conosciuto altra violenza, paura, angoscia. Fino a quando sono riuscito a salire su un barcone di clandestini e sono arrivato in Italia. Qui appena arrivato ho avuto difficoltà a trovare lavoro e ho commesso errori che mi hanno fatto conoscere l’esperienza del carcere (sono stato arrestato per rapina) che paradossalmente mi ha salvato». In che senso?​ «Devo ringraziare don Franco Esposito, la persona che mi ha letteralmente salvato la vita facendomi riacquistare fiducia in me stesso. “Tu puoi avere un futuro”, mi disse quando l’ho incontrato la prima volta e oggi se riuscirò a diplomarmi lo devo principalmente a lui. Mi ha accolto nella struttura di “Liberi di volare” alla Sanità, dove all’inizio mi prendevo cura del giardino, poi ho iniziato a frequentare la chiesa e ad aiutare la comunità. Abbiamo incontrato tanti studenti nelle scuole, dove ho raccontato la mia storia e da lì è partita la mia rinascita. Ho scontato la mia pena, ho iniziato a lavorare e mi sono iscritto al Marie Curie grazie alle mie “mamme” acquisite Valentina ed Elisabetta Ilardi: il diploma è la vittoria più grande della mia vita. All’esame parlerò della Costituzione e, in particolare, degli articoli dedicati al lavoro, un tema che mi interessa molto e sul quale sono impegnato e poi un lavoro sulla mia storia personale». Sogni nel cassetto per il futuro? «Oggi lavoro in un cantiere navale che raggiungo ogni mattina alle 7 in sella a una bici elettrica. Dopo il lavoro corro a scuola per il corso serale alle 18. A volte, guardando al passato, penso che la vita abbia chiuso un cerchio incredibile: sono arrivato in Italia su un barcone e adesso lavoro a Napoli sulle navi. Il mio sogno è vivere in modo dignitoso lavorando e studiando, per conquistare la libertà che mi è mancata finora. Ma ora il mio obiettivo è conseguire il diploma in Biotecnologie sanitarie e inserirmi nel settore».