Tregua di 60 giorni, riapertura dello Stretto di Hormuz e negoziati sul nucleare: ecco cosa prevede l’intesa preliminare tra Washington e Teheran e quali sono i nodi ancora da sciogliere Dopo oltre tre mesi di guerra e tensioni che hanno coinvolto l’intero Medio Oriente, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo preliminare destinato a fermare le ostilità e ad aprire una nuova fase diplomatica. L’intesa, che è stata annunciata da Donald Trump e confermata da fonti iraniane e dai Paesi mediatori, non rappresenta ancora una pace definitiva, ma una cornice negoziale che concede alle parti sessanta giorni per affrontare le questioni più controverse. Ecco tutti i punti cruciali dell’accordo. LA FIRMA IN SVIZZERA E LA TREGUA DI DUE MESI Secondo quanto annunciato dal premier pakistano Shehbaz Sharif, tra i principali mediatori della trattativa, la firma ufficiale è prevista per venerdì 19 giugno a Ginevra (dove nei prossimi giorni è prevista una riunione del G7), mentre uno dei primi effetti concreti dovrebbe essere la riapertura dello Stretto di Hormuz, fondamentale per il commercio energetico mondiale. Durante questi due mesi di tregua, Washington e Teheran negozieranno un accordo più ampio e dettagliato atto ad affrontare questioni lasciate aperte dal testo preliminare. L’obiettivo immediato è evitare una ripresa del conflitto e creare uno spazio politico sufficiente per discutere i temi più delicati senza la pressione delle operazioni militari in corso. Il cessate il fuoco dovrebbe inoltre estendersi ai fronti collegati alla crisi regionale, compreso il Libano. IL NODO CRUCIALE: LA RIAPERTURA DI HORMUZ Uno dei punti centrali dell’accordo riguarda lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota rilevantissima del petrolio e del gas esportati dal Golfo Persico. Secondo la bozza dell’intesa, l’Iran si impegna a riaprire immediatamente il traffico commerciale nello stretto, mentre gli Stati Uniti rimuoveranno il blocco navale imposto ai porti iraniani. Con questa misura si punta a riportare gradualmente i flussi commerciali ai livelli precedenti alla guerra e a ridurre la pressione sui mercati energetici internazionali. IL TEMA PIÙ DELICATO: IL PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO Se la riapertura di Hormuz rappresenta il risultato più immediato, il dossier più complesso rimane il nucleare iraniano. Teheran avrebbe accettato di non sviluppare armi atomiche e di sospendere ulteriori avanzamenti del proprio programma durante il periodo negoziale. Tuttavia, i dettagli relativi alle scorte di uranio arricchito già presenti nel Paese saranno affrontati nei successivi sessanta giorni di trattative. Proprio questo aspetto rappresenta il principale punto di attrito. Washington chiede garanzie verificabili sulla natura esclusivamente civile del programma nucleare iraniano, mentre Teheran rivendica il diritto a mantenere attività di arricchimento per fini energetici e scientifici. Le modalità di controllo internazionale, la destinazione delle scorte di uranio e il livello massimo consentito di arricchimento saranno quindi al centro dei negoziati della cosiddetta “fase due”. SANZIONI E FONDI CONGELATI Un altro capitolo fondamentale riguarda l’economia iraniana. Tra le richieste di Teheran figura l’alleggerimento delle sanzioni americane e lo sblocco di una parte consistente dei fondi iraniani congelati all’estero. Gli Stati Uniti potrebbero consentire deroghe alle sanzioni sul petrolio iraniano e autorizzare il graduale scongelamento di circa 25 miliardi di dollari di asset finanziari. L’effettiva attuazione di queste misure, però, dipenderà dai progressi ottenuti nei negoziati sul nucleare e dal rispetto degli impegni previsti dall’accordo preliminare. I NODI RIMASTI APERTI Nonostante l’ottimismo che trapela in queste ore, restano diversi nodi ancora aperti che potrebbero riaccendere tensioni. Non è ancora chiaro quale sarà il destino definitivo delle scorte di uranio arricchito, come verranno applicati i meccanismi di verifica internazionale e in quale misura saranno allentate le sanzioni economiche. Inoltre, il ruolo di Israele continua a rappresentare un elemento di incertezza. Alcuni esponenti politici e militari israeliani hanno già espresso preoccupazione per un’intesa che, a loro giudizio, potrebbe non garantire lo smantellamento completo delle capacità nucleari iraniane.