Ci sono artisti che cercano immagini. Altri che cercano storie. E poi ci sono persone che, prima ancora di cercare qualcosa da raccontare, cercano un modo diverso di guardare, come nel caso di Federika Ponnetti. Nei suoi lavori il centro non è mai il fatto, l’evento o il personaggio. È lo spazio fragile che si crea tra le persone. Quel luogo invisibile in cui uno sguardo smette di giudicare e inizia ad ascoltare. È lì che prende forma il suo cinema. Un cinema che non sembra interessato a spiegare il mondo, ma piuttosto a rallentarne il rumore per permetterci di sentirne il battito. Prima avvocata, poi imprenditrice, infine artista e documentarista, Federika Ponnetti è arrivata al cinema attraversando vite diverse, quasi a confermare che l’identità non è una destinazione ma un continuo movimento. Forse è proprio da questo percorso irregolare che nasce la sua attenzione per chi abita i margini delle definizioni, per chi sfugge alle etichette, per chi viene raccontato troppo spesso attraverso categorie che rassicurano più gli altri che sé stesso. Nei suoi documentari ritornano parole che oggi sembrano quasi rivoluzionarie nella loro semplicità: relazione, ascolto, fragilità, incontro. Non come concetti astratti, ma come esperienze concrete. In Ugualmente diversi, il film che l’ha portata all’attenzione nazionale, la diversità non viene osservata da lontano. Viene attraversata. Fino al punto in cui la distinzione stessa tra ‘normale’ e ‘diverso’ perde significato e lascia spazio a una domanda più profonda: quanto siamo davvero disposti a riconoscere l’unicità dell’altro? C’è qualcosa di profondamente umano nel suo modo di raccontare. Una fiducia ostinata nella capacità delle persone di insegnarsi reciprocamente qualcosa. Un’idea quasi controcorrente in un tempo che corre veloce, cataloga, semplifica e spesso dimentica di fermarsi. Ascoltando Federika Ponnetti per questa intervista esclusiva a Virgilio Notizie si ha l’impressione che il suo lavoro non nasca dal desiderio di mostrare, ma da quello di comprendere. Che ogni progetto sia prima di tutto un incontro. Un gesto di avvicinamento. Una domanda lasciata aperta. E forse è proprio questa la sua cifra più autentica: raccontare storie che non cercano risposte definitive, ma creano le condizioni perché ciascuno possa guardare sé stesso negli occhi attraverso quelli degli altri. In questa conversazione abbiamo parlato di cinema, documentario, neurodiversità, partecipazione, fragilità, maternità e lavoro. Ma soprattutto abbiamo parlato di ciò che resta quando cadono le definizioni. Di quella zona profondamente umana in cui smettiamo di essere categorie e torniamo a essere semplicemente persone.
Federika Ponnetti , l’intervista alla regista e artista: “Siamo tutti fragili, solo in modi diversi”
Dalla neurodivergenza ai documentari partecipativi: il percorso umano e artistico di Federika Ponnetti












