Ci sono persone che sembrano vivere come se avessero due voci dentro. Una che spinge avanti, verso il desiderio, verso ciò che chiama, verso tutto ciò che potrebbe essere. E un’altra che trattiene, che ha paura del rumore, dell’abbandono, del giudizio, della possibilità di perdere qualcuno lungo il cammino. Rebecca Liberati sembra abitare esattamente in quello spazio fragile: una terra di mezzo fatta di slanci e ritorni, di corse improvvise e passi lentissimi. Forse è per questo che Vittoria, il personaggio che interpreta in Frammenti, il film in sala dall’11 giugno, appare quasi come una proiezione estrema di qualcosa che la riguarda intimamente. Non perché Rebecca Liberati le assomigli davvero, ma perché Vittoria possiede quella durezza che lei stessa dice di aver cercato spesso dentro di sé. La capacità di mettere il desiderio davanti a tutto, di scegliere una direzione e non voltarsi indietro. Eppure, ascoltandola per questa intervista esclusiva a Virgilio Notizie, la sensazione è un’altra. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una donna che non ha mai attraversato la vita con brutalità, ma con una fame quasi dolorosa di capire gli altri. Una sorta di accattona dell’“interioritàˮ, come si definisce lei stessa. Una persona che da bambina osservava i volti invece delle feste, che cercava verità nelle espressioni delle persone, che provava a capire se un sorriso fosse sincero o se dietro uno sguardo esistesse una crepa invisibile. C’è qualcosa di profondamente disarmante nel modo in cui Rebecca Liberati racconta se stessa. Perché non costruisce una narrazione dell’attrice che voleva arrivare a ogni costo. Non racconta la fame del successo. Racconta piuttosto la fame dell’amore. La necessità di essere vista, riconosciuta, accolta. Racconta la paura di restare sola, quella voce feroce che a volte si trasforma nel giudice più severo di se stessa e che continua a ripeterle che avrebbe potuto osare di più, partire prima, scegliere diversamente. E forse è proprio qui che si nasconde la sua forza più grande: nel fatto che non ha imparato a correre lasciando indietro le persone. Continua a trascinare il suo carretto in salita, lentamente, portandosi dietro affetti, fragilità, paure, legami. Con una convinzione quasi ostinata: che arrivare da soli, in fondo, significhi perdersi qualcosa. Prima di parlare di Vittoria, allora, forse vale la pena fermarsi qui. In questo spazio sospeso in cui Rebecca Liberati sembra vivere: tra il desiderio di spiccare il volo e quello, profondamente umano, di avere ancora qualcuno a cui tornare.