Oggi, lunedì 15 giugno, il confronto al Mimit segnerà un passaggio decisivo per il futuro di Electrolux in Italia. Al centro c’è lo stabilimento di Porcia, il più esposto alla ristrutturazione annunciata dal gruppo dato che i tagli ventilati ridurrebbero della metà i posti di lavoro tra gli operai, e del 40% quelli dell’area di Staff e del centro di ricerca e sviluppo, ma la posta in gioco riguarda l’intero assetto industriale italiano – da Susegana a Forlì, da Solaro a Cerreto d’Esi – e, più in profondità, la traiettoria strategica di un’azienda che da mesi vive una fase di forte incertezza.

I NODI Il piano presentato a maggio, con 1.719 esuberi, che salgono a oltre 1.900 sommando i contratti a termine, e che si moltiplicano almeno per due contando l’indotto, ha aperto una frattura con i territori e con i sindacati, che chiedono all’azienda di ritirare le misure e di presentare un progetto industriale credibile. A Porcia, dove la produzione delle lavatrici è sotto pressione da anni, la preoccupazione è massima. Ricordiamo gli scioperi a sorpresa dei giorni scorsi, le assemblee pubbliche, gli incontri con Fedriga e altri rappresentanti delle istituzioni, i volantinaggi… tutti segnali di una mobilitazione che è cresciuta man mano che ci si avvicinava al tavolo romano. LE OPZIONI Il governo si aspetta che Electrolux arrivi al Mimit con una proposta diversa rispetto alla comunicazione ufficiale, che è stata respinta. Le ipotesi che circolano tra sindacati e osservatori sono sostanzialmente tre. Una revisione del piano esuberi, con una riduzione dell’impatto su tutti gli stabilimenti; un piano di investimenti pluriennale, che chiarisca quali linee produttive l’azienda intende mantenere in Italia e con quali volumi; una riorganizzazione delle piattaforme produttive, con il rischio – mai esplicitato ma sempre evocato – di ulteriori accorpamenti o delocalizzazioni; richieste puntuali sugli aspetti competitivi, ovvero come si possa agire sui fronti del costo dell’energia, costo del lavoro, regole. Il punto è che Electrolux, oggi, non è semplicemente un gruppo in ristrutturazione: è un’azienda che sta cercando una nuova identità industriale in un mercato europeo degli elettrodomestici in contrazione da tempo. Negli ultimi mesi il gruppo ha cambiato profondamente la propria governance. Il Ceo Yannick Fierling, in carica dal 2025, proviene dalla divisione europea di Haier, il colosso cinese degli elettrodomestici. E da Haier arriva anche il nuovo Chief Strategy Officer Diego Perrone, nominato pochi giorni fa. Non è un dettaglio: la presenza crescente di manager con un passato nel principale concorrente asiatico alimenta interrogativi sulla direzione strategica che Electrolux intende prendere. A questo si aggiunge la vicenda Midea, che negli ultimi mesi è tornata a circolare con insistenza. Il gruppo cinese, già protagonista di acquisizioni in Europa, ha già raggiunto un accordo con la multinazionale svedese limitato al mercato americano. Ma Midea ha anche appena ottenuto importanti risorse utili ad una sua ulteriore espansione, in quale direzione non è dato sapere. E i sospetti relativi al fatto che Electrolux abbia presentato questo piano da lacrime e sangue in Italia per assestarsi su una capacità produttiva e presenza in Europa ritenuta adeguata dalla company cinese, sono già stati espressi da più di un osservatore. E in un contesto di mercato debole, con margini compressi e una capitalizzazione scesa ai minimi storici (rimpinguata da un’operazione di aumento di capitale appena lanciata legata sia all’intesa con Midea che alla riorganizzazione annunciata), Electrolux è percepita dagli analisti come un possibile target. Per i territori italiani, questo scenario si traduce in un’incertezza strutturale. Senza una strategia chiara, ogni stabilimento diventa vulnerabile. IL FOCUS Porcia è il simbolo di questa fase. Nel 2014, grazie a un accordo firmato al Mimit con il governo Renzi, le Regioni e i sindacati, lo stabilimento fu salvato dalla chiusura. Oggi quella memoria pesa: «Non possiamo tornare indietro di dieci anni», aveva detto la deputata Dem Serracchiani ai lavoratori venerdì, ricordando che la tenuta del sito pordenonese, non solo sotto l’aspetto produttivo ma anche per il centro di ricerca e sviluppo sul lavaggio del Gruppo, è un indicatore della volontà di Electrolux di mantenere una presenza industriale significativa in Italia. Ecco che il tavolo di oggi non sarà solo un confronto tecnico: sarà il momento in cui Electrolux dovrà dire chiaramente se intende restare un player industriale europeo o se sta preparando un riposizionamento globale che potrebbe lasciare l’Italia ai margini. Il governo punta a ottenere garanzie sugli investimenti e sulla salvaguardia dei posti di lavoro. C’è stato un riferimento alla vertenza Beko, che molti però riterrebbero una mossa rinunciataria – visti gli sviluppi di quella vicenda -; sgraditi ai più anche i riferimenti all’utilizzo di ammortizzatori sociali, perché significherebbe accettare i tagli – anche se ridotti – e non affrontare il nodo della questione: la difesa di un’azienda, dei posti di lavoro, dei siti produttivi e di un settore. I sindacati chiedono il ritiro del piano e l’apertura di un negoziato vero. L’azienda, finora, ha parlato di “necessità di competitività” e di “razionalizzazione delle piattaforme”. Oggi si capirà se queste parole si tradurranno in un progetto industriale o in una nuova stagione di tagli.