PORCIA (PORDENONE) - Un piano che significherebbe pianificare la chiusura di Porcia, e non solo. Volumi e occupazione assegnati dalla multinazionale allo stabilimento pordenonese, ne ipotecherebbero la sopravvivenza a breve termine. In due parole: «non sostenibili». E la medesima considerazione vale per le altre fabbriche Electrolux in Italia. Quello annunciato è un piano che taglia i costi ma che non regala futuro. E per questo va respinto. Lo hanno chiesto all’unanimità ministri, sindacati, regioni ieri al tavolo convocato dal ministro Adolfo Urso sulla crisi Electrolux: il piano industriale presentato dall’azienda va ritirato. Una richiesta che, per il Friuli Venezia Giulia, ha un peso particolare: Porcia è tra i siti più colpiti, con un ridimensionamento che mette in discussione ruolo, volumi e futuro del principale stabilimento italiano del gruppo.
Numeri Secondo i dati illustrati al Mimit, a Porcia la produzione verrà concentrata esclusivamente sulle lavatrici di alta gamma. Le linee scenderanno da cinque a tre, i volumi da 728mila a 500mila pezzi l’anno, mentre gli operai passerebbero da 571 a 309. Una contrazione che, nelle parole del ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, è «drammatica e inaccettabile»: «262 licenziamenti tra la manodopera operaia, la chiusura di un’intera linea produttiva, 228mila unità in meno prodotte. Non può essere il nostro territorio a pagare il prezzo di scelte poco lungimiranti dell’azienda». A preoccupare non è solo la parte produttiva. Il piano prevede 725 esuberi tra staff, tecnici e Ricerca e Sviluppo, senza dettaglio territoriale. «Sono dati che preoccupano moltissimo», osserva l’assessora regionale Alessia Rosolen, che al tavolo ha chiesto di «escludere qualsiasi collegamento tra la riorganizzazione e ipotesi di cessione a Midea». Per Rosolen, «non siamo di fronte a una crisi temporanea, ma a un problema industriale e strategico che riguarda tutto il Paese». E avverte: «O si affronta il tema sul piano nazionale ed europeo — concorrenza, Cbam, costi energetici — oppure fra due anni saremo punto e a capo». Il ministro Urso ha definito il piano «irricevibile e inaccettabile», chiedendo all’azienda di «ritirarlo e aprire un confronto vero, fondato su investimenti, innovazione, tutela degli stabilimenti e salvaguardia dell’occupazione». Il Governo, ha aggiunto, è «pronto a fare la propria parte», ma solo dopo il ritiro formale del documento. Sul fronte sindacale, la posizione è altrettanto netta. Per la Fiom, Michele De Palma parla di «un messaggio chiarissimo arrivato dagli scioperi: Electrolux deve ritirare il piano». E denuncia: «Mentre i sindacati parlavano di accordi, l’azienda lavorava agli esuberi. Se riducete R&D oltre che operai, non è una ristrutturazione: è un piano che porta alla cessazione o alla cessione degli stabilimenti». La Uilm definisce la proposta «socialmente irresponsabile», mentre la Fim Cisl parla di «smantellamento industriale basato su logiche finanziarie». Gli industriali Anche Confindustria Alto Adriatico, con il presidente Michelangelo Agrusti, ha richiamato l’azienda alle proprie responsabilità: «Electrolux ha investito tantissimo in 40 anni. Ora si tratta di capire se si può raggiungere lo stesso obiettivo con minori sacrifici». Agrusti ha annunciato un confronto con le Confindustrie tedesca e polacca per una posizione comune sulla concorrenza asiatica: «Non possiamo lasciare un deserto industriale nella seconda potenza manifatturiera d’Europa». «Voglio credere a ciò che dice Electrolux, ovvero che non intende lasciare l’Italia che resta un Paese strategico, e credo anche che, in considerazione al mercato, alla sostenibilità, ai costi, abbia individuato certe decisioni. Ora si tratta di capire se si può raggiungere lo stesso obiettivo con minori sacrifici, e questa è la scommessa. Non dimenticando tutti i fattori competitivi che sappiamo, costo dell’energia, regole Ue, concorrenza. Stiamo prendendo tempo, ma occorrerà agire» a livello Ue, di sistema Paese, di politiche industriali… Il tavolo è stato aggiornato al 15 giugno, data entro la quale Electrolux dovrà comunicare se intende ritirare il piano. Senza questo passaggio, hanno ribadito Governo, Regioni e sindacati, «non ci sarà alcun confronto possibile». Per Porcia, cuore storico della presenza Electrolux in Italia, la posta in gioco è il futuro stesso dello stabilimento.











