Fuori dai cancelli dell’Electrolux a Porcia le facce sono tirate, gli occhi lucidi, le parole spezzate dalla rabbia e dalla paura. Dopo quattro ore di sciopero e l’assemblea che ha riunito centinaia di lavoratori, davanti allo stabilimento resta un clima pesante, quasi sospeso. «Non abbiamo più lacrime per piangere», dice un’operaia mentre il turno finisce e i lavoratori escono a piccoli gruppi.
La sensazione condivisa è quella di trovarsi davanti a un punto di non ritorno: «Dovrà ricominciare tutto come nel 2014, ma è molto peggio. Non c’è nessun progetto, nessuna idea, nessun modello. Questi vogliono chiudere e basta», riflette Michela Colussi, 36 anni passati dentro la fabbrica. Accanto a lei Monica Frossi guarda alle linee finite nel mirino del piano industriale: «Sono nella linea 5 che deve essere chiusa». Insieme alla linea 3 sarebbe tra quelle escluse dal futuro assetto produttivo. Ed è proprio questo il timore che attraversa lo stabilimento: la perdita delle lavasciuga, considerate il cuore dell’alta gamma costruita a Porcia. «Negli anni 90 si facevano 2 milioni di lavatrici eravamo il leader mondiale, oggi neanche 700mila ed è anche un buon numero - proseguono Michela e Monica - Senza lavasciuga significa che la fabbrica chiude: con due linee in meno non può stare in piedi». «Io ho 60 anni quest’anno, me ne mancano 4 alla pensione...», chiude Michela. Molti ricordano gli investimenti degli ultimi anni, dalla robotizzazione al fotovoltaico. «Siamo una fabbrica 5.0 con 76 robot, ma allora perché hanno investito così tanto se avevano già in mente questo?», si chiedono. E ancora: «Noi siamo solo un costo per l’azienda».














