Christian Gaole
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Paese che vai, legge elettorale che trovi. Doveva essere la riforma capace di garantire governabilità, l’occasione per dare agli elettori la possibilità di scegliere una maggioranza chiara e un governo stabile. E invece, come troppo spesso accade nella politica italiana, il risultato finale rischia di essere l’ennesimo compromesso. La proposta di legge elettorale presentata inizialmente conteneva un elemento centrale: il ballottaggio. Se nessuna coalizione avesse raggiunto la soglia prevista, gli elettori sarebbero tornati alle urne per scegliere tra le due forze più votate. Un meccanismo discutibile per alcuni aspetti, ma alla fine della competizione ci sarebbe stato un vincitore chiaramente individuato dagli elettori.
Nel corso dell’iter parlamentare, però, quel meccanismo è stato eliminato. Resta il premio di maggioranza, che scatterebbe qualora una lista o una coalizione raggiungesse il 42 per cento dei voti (inverosimile?). Il premio non sarebbe illimitato: la coalizione vincente non potrebbe superare i 220 seggi alla Camera e i 114 al Senato. Rimane, inoltre, l’obbligo per liste e coalizioni di indicare prima del voto il candidato alla Presidenza del Consiglio. Il risultato è un sistema che cerca di essere contemporaneamente proporzionale e maggioritario senza scegliere fino in fondo nessuna delle due strade. Da una parte si mantiene una forte componente proporzionale; dall’altra si introduce un premio che punta a favorire la formazione di una maggioranza. È il classico compromesso all’italiana: abbastanza maggioritario da non essere un proporzionale puro, ma troppo proporzionale per garantire una vera investitura popolare di chi governa. Ed è qui che emerge una evidente antinomia. Da oltre trent’anni la politica italiana discute di riforme elettorali senza riuscire a sciogliere il nodo fondamentale: decidere se il compito delle elezioni sia scegliere chi governa oppure limitarsi a fotografare i rapporti di forza tra i partiti. Ogni tentativo di riforma sembra fermarsi a metà strada, paralizzato dalla paura di scontentare qualcuno. La sensazione è che continui a sopravvivere una mentalità tipica della Prima Repubblica, quella stagione politica nella quale nessuno vinceva davvero e tutti dovevano essere rappresentati. Una cultura politica fondata sugli equilibri, sulle mediazioni infinite e sulla convinzione che la stabilità dipenda dalla capacità di distribuire potere tra tutti gli attori in campo.








