C’era anche una delegazione imolese l’altro giorno alla mobilitazione di Cia-Agricoltori Italiani al porto di Ravenna per denunciare una crisi definita "senza precedenti" per la cerealicoltura nazionale. Lo scalo romagnolo è diventato il simbolo della protesta contro un mercato segnato da importazioni in forte crescita e da un progressivo crollo del valore del grano italiano, nonostante l’Italia sia il primo produttore Ue di grano duro.
Tra i presenti anche Jacopo Giovannini, presidente di Cia Imola, che ha richiamato la condizione di forte sofferenza delle aziende agricole: "Chi produce oggi riceve per un quintale lo stesso importo del 1970, con quotazioni scese dai 50 euro del 2023 ai 20-28 euro attuali". E ancora: "Produrre un ettaro di grano duro costa circa 1.200 euro, ma il mercato ne riconosce appena 700: lavoriamo in perdita". Nel mirino anche l’aumento dei costi, con fertilizzanti +60/70% e gasolio agricolo quasi raddoppiato. "La filiera non garantisce più reddito dignitoso", ha aggiunto Giovannini, denunciando importazioni cresciute del 40% e prezzi della pasta in aumento dell’80%.
Da qui la richiesta di controlli rafforzati sulle navi in arrivo, maggiore tracciabilità e una legge sul "Made in Italy" della pasta con origine obbligatoria del grano. "Ogni chicco deve essere controllato", ha detto il presidente di Cia Imola, chiedendo anche l’applicazione delle norme contro le pratiche sleali e lo stop definitivo al sottocosto.















