Vincentiaccordo Geoff: hai avuto un’infanzia proletaria e felice. Ci fa piacere. Un’infanzia che può pure essere bellino seguire nelle nebbie umide della provincia inglese. Ma in mezzo ai ricordi e agli aneddoti, non c’era mica la volontà di aprire a una visione più critica, sull’uomo e sulla società? Così almeno veniva da pensare. Supportati anche da una definizione di classe sociale piazzata lì, appena prima dei saluti. Errore. "Compiti a casa" di Geoff Dyer (Il Saggiatore, trad. Katia Bagnoli) non riesce ad avere quel respiro. Anzi. Dà l’impressione di pensare che l’argomento possa essere toccato evitando di approfondire lotte e disuguaglianze. Preferendo bloccarsi al livello più superficiale e folkloristico della memoria. Un’autobiografia dei primi anni. Con lo scrittore di Cheltenham – oggi trasferitosi in California – a condividere una narrazione furbetta, di continui ganci emotivi con il lettore, attraverso un diluvio di riferimenti nazional-popolari, profumi, cibarie, camioncini del gelato. Sguardo del tutto inoffensivo. Un po’ pigro. Appiattito su una scrittura priva di verticalità. Dove i potenziali spunti di analisi vengono abbandonati in un amen, come intimoriti da una concreta ipotesi teorica. Ogni tanto l’umorismo di scuola british cerca di venire in soccorso. Ma il paziente è concio. Insomma: un album di figurine in scala di grigi che annoia in fretta. Meno di una decina invece le vere foto presenti nel libro. Peccato. Quelle sì sono delle meravigliose finestre aperte sul passato. Su una madeleine pre-digitale, masticata via dalla Storia. Forse valeva la pena fare il contrario: riempire le pagine di immagini, con a fianco una manciata di brevi scritti. Magari la prossima volta.