«Eunice Parchman ha sterminato la famiglia Coverdale perché non sapeva leggere né scrivere. Nessun movente, niente premeditazione. Non ci ha guadagnato un soldo né alcun tipo di sicurezza. Grazie a quel crimine, la sua lacuna è diventata nota non più solo a una misera famiglia o a un crocchio di paesani, ma a un’intera nazione».

Fin dalle prime righe di La morte non sa leggere, Ruth Rendell svela cosa abbia potuto spingere una giovane donna a compiere un crimine tanto efferato. Non è certo abituale per un romanzo noir che l’incipit contenga non solo il nome del colpevole ma anche, almeno per grandi linee, i motivi che lo hanno spinto ad uccidere. Eppure, per la scrittrice inglese, tra le protagoniste indiscusse della letteratura poliziesca, il vero mistero da svelare, l’indagine da compiere passo dopo passo da parte dei lettori come della stessa autrice, verte proprio sul perché il fatto di essere analfabeta abbia condotto, insieme alla sua pazzia, questa giovane donna verso l’omicidio.

quoteEunice decide di sterminare la famiglia presso cui lavora come governante quando il suo segreto viene scoperto: «Li uccide perché lei non sa né leggere né scrivere»

PUBBLICATO A LONDRA nel 1977 con il titolo di A Judgement in Stone, e ora proposto in una nuova traduzione italiana firmata da Marina Calvaresi nella collana Bookclub delle edizioni 66thand2nd (pp. 230, euro 19, che annunciano il ritorno di altri titoli di Rendell da tempo introvabili, il romanzo, dopo aver enunciato l’accaduto fin dall’inizio, si sviluppa come un’esplorazione non solo dei confini della mente di Eunice, il modo in cui le sue ossessioni si sono andate trasformando in una vera follia omicida, ma anche dello spazio in cui tale processo ha avuto luogo: le rigide gabbie sociali all’interno delle quali fragilità emotiva e deficit culturale hanno finito per alimentare la paura e infine l’odio.