Non è di senso comune, nella letteratura corrente, quello che gli anglosassoni definiscono social novel e cioè un romanzo il cui elemento fondativo, prima che nel sistema dei personaggi e nello sviluppo di una trama, consista nella rappresentazione o insomma nello studium, in senso etimologico, di un frangente storico-sociale. È questo il caso di un esordio narrativo di grande qualità, Senza patria. Un sogno operaio tra le due guerre mondiali (Alegre, «Scritture resistenti», pp. 234, euro 17.00), romanzo che Gabriele Polo ambienta in un luogo che peraltro gli è familiarissimo di formazione, il cantiere navale di Monfalcone.

Lì, in un braccio di mare che ancora all’inizio del secolo scorso era natura intatta o comunque in armonia con le attività tradizionali legate alla pesca, sorge l’insediamento industriale che da un lato altera l’equilibrio naturale e dall’altro, di riflesso, trasforma nel profondo l’assetto sociale.

NELLE PRIME cinquanta tesissime pagine, fra le più belle del romanzo, con uno sguardo scevro di nostalgia e però ibridato dall’emozione di chi sa di ricevere un pegno d’amore e fedeltà al destino dei subalterni, Polo fornisce il quadro della secolare società dei marineri, pescatori o cavatori di ghiaia, un mondo regolato da costumi severi e rapporti laconici, rappresentandolo un attimo prima che inizi il processo della sua cancellazione.