Nell’800 avrebbero potuto vincerlo Illusioni perdute di Balzac (sul giornalismo), Il cappotto di Gogol (sugli impiegati), Tempi difficili di Dickens (sugli operai) e I Malavoglia di Verga (sui pescatori). È il Premio Giuseppe Di Vittorio, bandito dalla Cgil di Roma e del Lazio, dall’Iress Lazio e dalla Fondazione Di Vittorio – sulla letteratura che racconta meglio il lavoro – ora alla terza edizione. La giuria scientifica si è riunita per indicare la «sestina» dei finalisti (opere edite) che poi sarà votata dalla giuria popolare. Più in là dovrà segnalare, per l’altra sezione, 30 racconti inediti pervenuti alla segreteria del Premio, di cui la giuria popolare deciderà i 10 meritevoli di pubblicazione (con le edizioni Alegre). La premiazione avverrà i primi di dicembre al Maxxi di Testaccio, e che sono previste 4 menzioni: qualità letteraria, noir sociale, Roma e il lavoro (il premio ha il patrocinio di Roma Capitale).

La discussione della giuria è stata, non convenzionalmente, «intensa e appassionata» poiché ruotava intorno a un interrogativo di fondo: cosa chiedere oggi alla letteratura, nel mutato contesto generale dei codici espressivi e comunicativi? Deve continuare a raccontare storie – quando già lo fanno tutti gli altri, e in modo parassitario! – o deve piuttosto scavare dentro le storie per estrarne una verità e un senso meno ovvi?