Prima ancora di dare il titolo del romanzo di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto è stato uno slogan urlato nei cortei, un grido di battaglia, un programma politico, una bandiera della classe operaia che difficilmente, in un anno speciale per l’industria italiana come il 1969, la letteratura avrebbe fatto passare sotto silenzio. Siamo nell’autunno caldo, il confronto tra sindacati e Confindustria stenta a trovare un accordo in vista del nuovo contratto e nella Torino dove la protesta dei metalmeccanici Fiat si trasforma in una monumentale rappresentazione del conflitto sociale: sciopero, picchetti, occupazione, interventi delle forze dell’ordine. Il romanzo di Balestrini si colloca dentro questi fatti. Protagonista è un giovane di origini campane, abituato a svolgere incarichi stagionali presso le industrie conserviere della cintura salernitana e senza una vera cultura del lavoro in fabbrica. Balestrini sceglie una soluzione anomala per raccontare questa storia: non la voce di una figura organica alle questioni sindacali, ma quella di un sottoccupato che non crede nella religione del fordismo, non obbedisce ad alcuna disciplina e vive con slancio naïf la condizione precaria fuori da ogni schema gerarchico. Non è la reincarnazione del lavoratore modello alla Stachanov, gli si addice piuttosto l’agire di un Pulcinella, un Arlecchino, un Brighella, quel miscuglio di sfacciataggine truffaldina, furba pigrizia, provocazione, indolenza che faranno di costui un nemico giurato della Fiat.