È difficile pensare che il passaggio dalla civiltà della terra alla civiltà delle macchine, avvenuto in Italia tra gli anni 40 e i 60del Novecento, non abbia provocato contraccolpi in chi l’ha vissuto o una sorta di disagio, un senso di disorientamento. Oltre le copertine dei rotocalchi che ritraevano un popolo felice di correre in sella alle vespe o alla guida di utilitarie, al di là delle fotografie in bianco e nero di una nazione finalmente approdata in maniera democratica al traguardo del benessere, ci sarà stato un prezzo da pagare in nome di quel sentimento di perdita che per errore assunse le tinte della nostalgia e invece manifestava i segni di un malessere sconosciuto ai più: l’antico male di vivere che aveva avuto origine con il Novecento e che poi, con l’espandersi dell’industrializzazione, assunse il nome di alienazione (o di solitudine).

Da queste premesse parte Memoriale di Paolo Volponi, il più inquieto e problematico dei romanzi ispirati al lavoro in fabbrica, un vero e proprio passaggio obbligato per chi vuole capire cosa sia stato l’addio irreversibile al mondo premoderno, a quel che di sacro e di liturgico vi era connaturato, senza che questo distacco dovesse per forza tingersi di striature pasoliniane e antimoderne. Albino Saluggia, il protagonista, è un ex contadino tornato dalla prigionia in Germania, assunto da un’azienda meccanica situata nella regione del Canavese, a nord del Piemonte: una fabbrica bella – confesserà con entusiasmo quasi fanciullesco – grande quanto una chiesa o un tribunale, sotto cui si nasconde la Olivetti di Ivrea pur senza essere mai citata. Quest’uomo introverso e mugugnoso avverte profondamente il legame con le sue radici, ma sa che non potrà tornare indietro perché la modernità, una volta che ha conquistato il suo spazio, non si cancella più. Ad animare le sue giornate ci pensano sentimenti contrastanti: da un lato fiducia e attesa, dall’altro preoccupazione e ansia. Non appena però si accorge che, a contatto con le macchine, il senso del tempo si smarrisce, l’avvicendarsi delle stagioni non influisce più come prima nei ritmi del suo lavoro perché il suo lavoro è scandito da un ordine artificiale, comincia a crescere in lui un rimpianto per tutto quel che si è perduto – voci, odori, suoni, sapori – fino a maturare un sentimento di incomprensione e di ostilità.